Onstage

Peter Murphy celebra la storia dei Bauhaus, la recensione del concerto di Milano

Peter Murphy Milano 27 maggio 2013
Magazzini Generali, Milano, 27 maggio 2013. E’ una passione che non si è mai sopita quella del pubblico italiano per i catacombali Bauhaus e per quel pugno di dischi che fra il 1980 e il 1983 tracciarono la rotta del goth rock britannico. Erano tempi, quelli, in cui l’Inghilterra, reduce dalle scorribande nichiliste del punk, urlava il suo mal de vivre con le canzoni e l’iconografia delle cosiddette dark band. Gli ingredienti base erano elettricità stagnante, suoni cavernosi, ritmiche perlopiù scomposte e ossessive, e un linguaggio che andava dall’esoterico al tribale, dal macabro all’apocalittico e, appunto, al gotico.

55 primavere sulle spalle, diversi capelli in meno sulla testa, ma con un carisma che si difende ancora bene dalle insidie del tempo, Peter Murphy, alias Mr. Moonlight, sta girando l’Europa con uno spettacolo che celebra i 35 anni dalla nascita dei suoi Bauhaus. Operazione-nostalgia dettata dall’esigenza di far cassa e compensare le magre entrate di una carriera solista poco redditizia? Probabilmente sì. Ma al pubblico – un singolare mix di fan ultraquarantenni e giovanissimi proseliti del verbo dark – poco importa, visto che dal 1983, l’anno del deragliamento della band di Northampton, i Bauhaus sono risorti per due soli tour (nel 1998 e nel 2005/2006) e un ultimo e poco memorabile album in studio (“Go Away White”, 2008).

Occasione ghiotta quindi, anche se a spalleggiare il buon Murphy questa volta non ci sono i suoi compagni storici, ma tre musicisti che paiono la controfigura dei Bad Seeds di Nick Cave e che comunque svolgono diligentemente il loro ruolo di fragorosi comprimari. Sono il bassista Emilio China, il batterista Nick Lucero e il chitarrista di lungo corso Mark Gemini Thwaite (Spear of Destiny, The Mission, Tricky).

Il concerto inizia alle 21 e 30 inaugurato da “King Volcano” e va avanti per un’ora e tre quarti, snocciolando uno dopo l’altro tutti i classici del repertorio Bauhaus, da “Double Dare” a “In The Flat Field”, “God In Alcove”, “Kick In The Eye”, “Boys”, “The Passion Of Lovers”, “Dark Entries”, “Silent Hedges” e “She’s In Parties” (la più applaudita e “partecipata” dell’intero set), con tanto di coda dub. Immancabile “Bela Lugosi’s Dead”, eseguita “durante e dopo” la ballad acustica “A Strange Kind Of Love”, unica parentesi della scaletta, insieme a “Subway”, dedicata alla produzione solista di Murphy.

Gestualità più sobria e meno teatrale di un tempo, Peter Murphy calibra con mestiere il suo inconfondibile timbro baritonale e dà vita a una performance vocale all’altezza della sua fama. Arriva comunque alle battute finali dello show in evidente debito di ossigeno, e dei due bis previsti ne concede solo uno, congedandosi sulle note elettriche dell’infallibile inno bowiano “Ziggy Stardust”.

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