Onstage

I Primal Scream a Roma ingranano la marcia sul finale (grazie al pubblico)

I Primal Scream appartengono a quel genere di gruppi musicali che sono come la Bibbia: tutti li considerano fondamentali, ma in pochi li hanno veramente ascoltati. Vengono citati espressamente come una delle band più seminali della musica inglese degli ultimi trent’anni e i loro brani sono pressoché in tutte le compilation e colonne sonore dell’epoca, ma sono ancora in molti a pensare “chi?!” o a fingere di conoscere qualcosa oltre i singoloni di ordinananza. Il paradosso si è percepito al contrario nella data di Roma del loro tour 2017, dove ad essere presenti erano i fan che le loro canzoni le conoscono davvero, contagiando anche chi ha scavato nella memoria alcune reminiscenze perdute.

Ad aprire la serata una piacevole sorpresa, gli Handlogic, formazione fiorentina che canta in inglese e crea atmosfere rarefatte e ipnotiche. La band non lascia molto spazio alle parole e si difende egregiamente con un set ben fatto, tanto onesto quanto ambizioso.

I Primal Scream salgono sul palco alle 22.30. “Buonasera” dice il cantante Bobby Gillespie nel microfono, chiamando subito il battito di mani sul brano di apertura Movin On Up. Mani che non smettono di battere nemmeno su Slip Inside This House, singolone tratto dal disco più famoso della band, Screamadelica, alfa e omega di buona parte della loro produzione musicale.

Il pubblico è giustamente compattato nel sottopalco visto che il tradizionale pit dei fotografi è ridotto al minimo, ed è molto attivo nella partecipazione ai brani in scaletta. Quando comincia It’s Alright, It’s Ok sono diversi gruppetti di persone a ballare scatenati, mentre sul finale inizia un coro irresistibile di “uh-la-la” incitato proprio da Gillespie. Qualche imprecisione di troppo, sopratutto nel cantato, rovina la carica elettronica di Feeling Like A Demon Again, tratta dall’ultimo album Chaosmatosis del 2016.

Breve consulto con i colleghi di palco per rallentare i ritmi con I’m Losing More Than I’ll Ever Have, dove il ritornello “Stay with me, stay with me” diventa un mantra cui aggrapparsi. “Vi state divertendo? Fate un po’ di casino, dai” incita Gillespie al pubblico. Ottiene quello che vuole e il fantastico pubblico romano si produce in un miracolo non da poco: sono i fan a caricare la band. Su Swastika Eyes e Loaded, impreziosita da un coro meraviglioso dei presenti, è difficile star fermi; il concerto cambia improvvisamente marcia e si scalda tanto da diventare incandescente, ingranando verso un finale degno della fama della band grazie all’esplosione di Country Girl e Rocks, ultimi due brani adrenalinici prima dei bis.

I Primal Scream, nonostante cantino 100% or Nothing, hanno un po’ penato nel far decollare verso le massime vette il loro concerto, seppure ascoltarli sia un vero backflip verso quel glorioso periodo degli anni Novanta in cui sono stati sfornati gli episodi migliori della musica britannica. I brani mantengono inalterata la loro potenza, nonostante la band ci abbia messo un po’ a togliersi di dosso un apparente distacco e una compostezza fredda che solo sul finale è svanita definitivamente. Molto ha potuto un pubblico caldissimo e partecipe, che ogni gruppo sognerebbe di avere al proprio live. Probabile che i volumi compressi cui sono costretti i concerti nello spazio bellissimo dell’Ex Dogana sotto la Tangenziale Est di Roma, abbiano penalizzato una performance che avrebbe potuto essere già dalle prime battute molto più potente.

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Arianna Galati

Foto di Ufficio stampa Viteculture

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