Onstage
Queens Of The Stone Age Bologna 2017 foto concerto 4 novembre

Queens Of The Stone Age dal vivo a Bologna, inchiniamoci ai sovrani dell’hard rock

Pochi secondi di intro epica nel boato del pubblico fanno capire dove porterà il concerto dei Queens Of The Stone Age all’Unipol Arena di Bologna, unica data italiana della band americana: oltre la nebbia, sulla luna, direttamente nello spazio. In una serata umidissima come è tradizione stagionale dei concerti di novembre, Josh Homme e compagni hanno sfoderato chitarre e canzoni in un livello altissimo di spettacolo dal vivo. Sfondano le orecchie con volumi siderali, il loro live non è roba per bimbetti. Il pubblico è folto, di età variabile: giovanissimi pochi, tanta generazione X in rigorose magliette nere. L’atmosfera è bellissima e nemmeno il gruppo di apertura riesce a scalfire l’attesa per i QOTSA. Ai quali è sufficiente piazzare una tripletta capitanata da If I Had a Tail, Monsters In The Parasol e l’incendio di luci e note su una adrenalinica My God Is The Sun, per fare da spartiacque definitivo. Questo non sarà un concerto da poco. “Ti amo Italia” è l’unica dolcezza concessa dal rosso più amato dello stoner rock, che assieme ai suoi soci ha un unico credo: riuscire a far emergere la melodia pestando come dannati.

In una scenografia splendida fatta di pali di led che si illuminano come spettrali scheletri di cactus del deserto tanto evocato, la band domina con una sicurezza sfacciata che i fan conoscono bene, ma alla quale sembrano non abituarsi mai. I Queens Of The Stone Age non sono in forma: di più. Un live per loro non è un compitino da eseguire: si divertono terribilmente sul palco, nonostante rispettino tutte le regole di un concerto spettacolare. Non mancano carica, groove, volumi, grinta esagerata, assieme all’ironia feroce del frontman che tira via una sigaretta dietro l’altra nel suo sorriso argentato. The Way It Used To Do, primo estratto dal nuovo album Villains, mostra tutta la sua potenza ballerina in una live version che impedisce di stare fermi: non solo il clap delle mani, zampino di Mark Ronson, ma il corpo si scatena follemente sulla grandezza dei QOTSA, senza mezzi termini.

L’altro singolo spaccaclassifiche che è stato No One Knows se lo giocano presto, ma a differenza di tanti altri colleghi non sembrano essere stufi di suonarlo: mentre dal pogo delle prime file emergono zombie in cerca di ossigeno, la canzone finisce con una lunga coda di batteria un caloroso applauso al batterista. Ma manca la ripresa finale e il frontman ne approfitta per un breve discorso. “Non fatevi male, amatevi, bevete birre: siamo qui per bere, ballare e scopare. Non siate dei “dicks”, sapete cosa fare” si raccomanda Josh Homme mentre il basso tiene bordone e il brano si chiude con l’ennesimo urlo fenomenale. Homme ne approfitta anche per ribattere in modo sornione al dito medio di un fan del pubblico. “Te lo puoi ficcare nel c*lo, io sono tutto quello che vorresti essere tu. Solo… di più”. Incommensurabile ego da rocker a favore di show, l’applauso sottolinea la verità delle sue parole: sul palco i Queens Of The Stone Age sono dei semidei e tutto noi vorremmo essere così tremendamente fichi, anche solo la metà ci basterebbe. È il rocknroll al suo meglio, tra spudorato egocentrismo e capacità reali. L’anima mista tra metallo e melodia deLla band esplode su The Evil Has Landed, tra falsetti stile Prince e chitarre doppiate dal basso che emergono come lingue sinuose attorno alle gambe. Smooth Sailing mostra il gusto più funk della band, che riesce a rendere proprio ogni genere senza perdere di qualità.

Dopo un’ora il concerto si abbassa un filino di intensità, ma si tratta di pura fisiologia di un live: bastano un paio di canzoni per rimettersi in carreggiata. Una sensualissima I Wanna Make It Witchu, originariamente incisa con PJ Harvey e filosofia suprema del sesso in musica secondo i QOTSA, accompagna il pubblico in una danza lenta da spogliarello; le fa da contraltare I Appar Missing che entra tra il cuore lo stomaco per (dis)truggere l’ultimo brandello di frattaglie emotive rimaste. È un viaggio lungo e senza freni nell’immaginario di una band che sa attraversare sentimenti, sensazioni, dolori e istinti. Un gruppo di pancia e anima, di versi declamati tra un tiro di sigaretta e un altro, una brace carminio che arde nel blu elettrico delle luci mentre il suono liquido della chitarra sembra un lamento. Ma è un flash: più ci si avvicina alla conclusione, più i QOTSA sfoderano potenza, accelerando i ritmi e sganciando bombe una dietro l’altra, Sick, Sick, Sick e Go With The Flow per il saluto ad un pubblico non ancora sazio. “Siete fottutamente belli, grazie di cuore Bologna, siete meglio di chiunque altro” dice Josh offrendo il suo bicchiere ad un fan appena prima di cominciare la tripletta dei bis, una scarica di pietre lanciate contro il sudatissimo pubblico che abbandona l’Unipol Arena solo dopo l’ultimo accordo di Song For The Dead.

Che i Queens Of The Stone Age siano oggi uno dei migliori gruppi da ascoltare dal vivo è fuori di dubbio: hanno canzoni splendide, hanno esperienza, ci mettono il sudore e la classe. Il live di Bologna entrerà di diritto nella classifica dei migliori dieci concerti del 2017. In alto le birre a Josh Homme e al suo ego, che ricorda al mondo che il rock vero non è robetta per sgallettati.

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Arianna Galati

Foto di Mathias Marchioni

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