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Radiohead superlativi agli I-Days, talento ed entusiasmo al servizio della musica

Ora che ci penso è assurdo, ma sono 20 anni che non vedo i Radiohead dal vivo. La mia prima e finora unica volta risale ai tempi del tour di Ok Computer, il disco che sancì la fine della prima fase del loro percorso artistico. Assenze apparentemente ingiustificabili visto che non ho mai smesso di ascoltare e apprezzare ogni singola traccia scaturita dalla mente di Thom Yorke e soci: side projects, album solisti e colonne sonore varie incluse. Non nego però che la massiccia dose di sperimentazioni messe in atto da Kid A in poi mi abbiano frenato: una incomprensibile riluttanza al cambiamento, la mia.

Nonostante avessi abbracciato con entusiasmo l’evoluzione sonora nei dischi, avevo molta paura di ritrovarmi di fronte a una band che non avrei più riconosciuto come “mia”: volevo mantenere il ricordo di quel live immacolato, perfetto, scevro da elucubrazioni elettroniche e al tempo stesso mi volevo liberare liberare da ogni stupido preconcetto. I-Days, 16 giugno 2017, ore 21.27: ci siamo.

Il pubblico, scaldato a dovere da due artisti come Michael Kiwanuka e James Blake (la definizione “artisti” è scelta con cura), è pronto come me. Non è dello stesso avviso Thom Yorke, che sulle note introduttive di Daydreaming assume una posa di attesa a braccia conserte e chiede a tutti di avvicinarsi al palco. È una partenza delicata, forse il modo migliore per cucire il presente con il passato. Desert Island Disk mantiene lo stesso livello di intimità, tanto che mi sembra quasi che i Radiohead abbiano voluto evitare lo shock cominciando con un paio di brani tutto sommato riconducibili alla scrittura di qualche tempo fa. Poi Thom imbraccia un synth wireless su Ful Stop, e allora capisco che è giunto il momento di assaporare dal vivo ciò che non avevo mai visto prima: la violenza sonora delle manipolazioni digitali, la struttura che si allontana dalla forma canzone nel senso classico del termine, il ballo drogato di Yorke (l’avevo già visto, ma il modo in cui si dimena rimane sempre unico).

I festeggiamenti per il ventesimo compleanno di Ok Computer cominciano da subito con Airbag, riproposto in una versione più matura nell’interpretazione e fedelissima nell’ossatura. Subito dopo arrivano le prime citazioni da In Rainbows (15 Step) e da Hail To The Thief (Myxomatosis è eseguita con una teatralità clamorosa).

Non ho ancora menzionato Johnny Greenwood, che come di consuetudine se ne sta in un angolo a smanettare una valanga di strumenti come se fosse nella sua cameretta, completamente incurante del fatto di avere più di centomila occhi puntati addosso. Su The National Anthem Johnny passa da un synth all’altro con disinvoltura, inserendo qua e là degli stralci di una radiocronaca sportiva in italiano.

All I Need suona come la quiete dopo la tempesta: cambiano il registro e le frequenze nel microfono che amplifica la voce di Thom Yorke, che a metà pezzo si siede al pianoforte e conclude lì in maniera maestosa. Alla vista di Greenwood che impugna l’archetto per suonare la chitarra elettrica, capisco che Thom non si alzerà dallo sgabello perché è il momento di Pyramid Song. E qui non cerco nemmeno di descrivere i brividi che ho provato: non riuscirei a trasmettere tanta bellezza attraverso il semplice uso delle parole.

Mi devo ancora riprendere, ma non c’è tempo perché parte quella meraviglia di Everything In Its Right Place. Sfilano in ordine Reckoner, Bloom, Weird Fishes/Arpeggi e poi si balla sulle luci stroboscopiche di Idioteque. The Numbers è l’ultima concessione di oggi a A Moon Shaped Pool, mentre per Exit Music (For A Film) vale lo stesso discorso di Pyramid Song: se non c’eravate non potete capire.

Dato che siamo in zona Ok Computer, i Radiohead eseguono anche Paranoid Android e No Surprises per non farsi e farci mancare proprio nulla. Si prosegue a dondolare dolcemente anche su Nude, per poi tornare ad agitarsi con l’energica 2+2=5 introdotta da espliciti insulti “politici”, e un’arrabbiatissima Bodysnatchers.

Cala infine il silenzio sulla prima strofa di una sentita Fake Plastic Trees, ed è tempo di una breve pausa che prelude ad un trittico di bis a dir poco imponente: Lotus Flower, Creep e Karma Police, che chiude lo show come tre giorni fa a Firenze.

Ho due conclusioni: la prima è che naturalmente non ci provo neanche a paragonare il concerto che ho visto vent’anni fa con quello di stasera, non avrebbe nessun senso. Il timore legittimo di assistere al live di una band anche parzialmente “invecchiata” non mi ha mai colto, nemmeno per un secondo; a dirla tutta mi è sembrato che i Radiohead abbiano sfoggiato un entusiasmo sopra le righe che francamente non mi aspettavo. E quando hai talento, l’entusiasmo fa tutta la differenza del mondo.

La seconda, molto più personale, è che ho commesso un errore facendomi spaventare da un cambiamento che in fondo tocca più la forma della sostanza: quando si ha a che fare con artisti con i quali ci si trova in sintonia, il modo in cui viene espressa l’ispirazione conta relativamente. Quello che conta in musica è la musica, nient’altro. E ancora oggi, in questo campo, i Radiohead non sono secondi a nessuno.

Radiohead I-Days 2017, la scaletta del concerto

Daydreaming
Desert Island Disk
Ful Stop
Airbag
15 Step
Myxomatosis
The National Anthem
All I Need
Pyramid Song
Everything in Its Right Place
Reckoner
Bloom
Weird Fishes/Arpeggi
Idioteque
The Numbers
Exit Music (for a Film)
Paranoid Android
No Surprises
Nude
2 + 2 = 5
Bodysnatchers
Fake Plastic Trees
Lotus Flower
Creep
Karma Police

Radiohead I-Days 2017, le foto del concerto

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