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A Milano Rag’N’Bone Man ha convinto anche gli scettici: è un musicista vero

Fabrique, Milano, 30 marzo 2017. Aver visto dal vivo Rag’n’Bone Man mi ha permesso di decretare che è un artista vero. La verità è una di quelle cose che non si vede. La verità si sente e basta, o c’è o non c’è, non puoi farci niente. Quando c’è, te ne accorgi… la percepisci nell’aria, nelle persone, nelle parole. Uno dei luoghi metafisici in cui da sempre questo concetto mi rimbomba dentro è la musica. Quando una canzone mi arriva dritta al cuore, senza troppi giri, allora mi piace pensare che sia “vera”, cioè frutto di quel sincero mistero che genera ciò che in molti chiamano “arte”. Per quanto io riconosca la totale soggettività di quello che sto dicendo, è questo uno degli strampalati metodi che ultimamente adotto per decidere se la musica di un determinato artista mi piace o no.

Rag’n’Bone Man è vero, dicevo. Le sue canzoni lo sono, soprattutto dal vivo. Lo dimostrano gli scroscianti applausi del Fabrique, spesso spontanei e inaspettati anche per il gigante di Uckfield, visibilmente emozionato per la sua prima volta a tu per tu col pubblico italiano.
Alla prima nota emessa dalla bocca di Rory Graham, aka Rag’n’Bone Man, tutto lo scetticismo che avevo covato durante l’infinito tratto in tram verso la venue è stato spazzato via. Rag’n’Bone Man occupa il centro della scena con naturalezza e solidità, aggredendo l’audience armato solo delle sue corde vocali che, diciamocelo, sono fuori dal comune per un uomo bianco di 32 anni.

Un primo squillo arriva con The Fire, traccia che, come gran parte dell’album Human, tesse una veste soul e hip hop che calza a pennello sulle grosse spalle del cantante. La formazione con cui il cantautore britannico si esibisce rispecchia il concept del live: poco fumo e tanto arrosto. Sul palco, alle spalle del grizzly inglese, il suo branco è formato da cinque musicisti formidabili che, alla larga dai virtuosismi tipici di un certo pop suonato dal vivo, donano a ogni canzone un’epicità a tratti cinematografica.

A metà concerto è il momento del nuovo singolo intitolato Skin, presentato piano e voce per l’occasione. La voce arriva alla platea in tutta la sua purezza, dritta come un pugno in faccia. Proprio come Human, il precedente singolo che ha trainato al successo l’omonimo disco, anche Skin combina una spiccata radiofonicità ad atmosfere piuttosto cupe. Il pubblico applaude ancora e stavolta Rory risponde con altri applausi, quasi imbarazzato dal calore della folla milanese. La gente sembra conoscere quasi tutte le canzoni proposte dall’artista, a dimostrazione che probabilmente Rag’n’Bone Man non sarà l’ennesimo “one-hit wonder”, ma qualcosa di più. Dall’assenza di persone che provano a sfruttare i miei 196 cm per scattare foto, comprendo inoltre che l’età media stasera supera i 20 anni.

Sulle note di Life In Her Yet, Rag’n’Bone Man dà un assaggio della sua straordinaria padronanza vocale, districandosi tra acuti e falsetti con estrema facilità.
Al primo riff di chitarra di Human ecco il boato. Il buio del Fabrique s’illumina grazie agli schermi dei cellulari comparsi nel pubblico. Segue uno dei momenti più particolari dello show e sul quale, confesso, ero più dubbioso: l’esibizione a cappella di Die Easy, canzone presente in questa veste anche nel disco. Malgrado l’assenza di accompagnamento strumentale e l’occhio di bue puntato sull’artista, la sua voce riempie con solennità i vuoti tra le mie convinzioni e il pericolo “effetto ballottaggio di X Factor ai tempi di Rai Due” viene scongiurato subito grazie alla performance convincente.

Hell Yeah è l’ultimo brano della serata col quale sia Rory che la band sembrano scaricare gli ultimi bricioli di energia, data la matrice rock della canzone. Un’incredibile progressione di basso elettrico conduce all’esplosione dell’ultimo ritornello. “Grazie di cuore, siete stati davvero un pubblico fantastico” dice Rag’n’Bone Man prima di lasciare il palco. Meno convinto di andarsene dopo solo 70 minuti di concerto è invece il pubblico, nonostante la bella serata dal sapore estivo che regala Milano all’esterno.

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Michelangelo Paolino

Foto di Deans Chalkley

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