Onstage
Red Hot Chili Peppers roma 2017 foto 20 luglio

Se i Red Hot Chili Peppers sono quelli di Roma, perché mai dovrebbero smettere?

Piegati dal caldo, bagnati dal sudore o dai nebulizzatori, con vistose scottature da sole e poche ore di sonno alle spalle: il sacrificio offerto dai fan dei Red Hot Chili Peppers accorsi per il concerto del 20 luglio 2017 al Postepay Sound Rock In Roma sold out da due mesi, è quello degli irriducibili del rock’n’roll, capaci di attendere ore nel caldo di luglio per vedere i propri idoli.

Lo spettacolo in realtà è iniziato già dalle prime ore della mattinata, con accampamenti e file fuori da Capannelle sin dall’alba. La data che ha riportato i Peppers nella Capitale dopo quattordici anni di digiuno (le ultime furono nel 2003 per il tour di By The Way) è stata un indubbio successo di pubblico: l’area intorno all’Ippodromo delle Capannelle, punteggiata di polizia municipale e di inflessibili controlli, è congestionata. Ma a parte la sequela di multe sventolanti sui lunotti delle auto sull’Appia Nuova l’ingresso si è svolto tutto sommato in serenità – almeno stando a quanto abbiamo visto.

La scenografia sul palco è essenziale, cerchi luminosi che incorniciano in modo pop le immagini che rimbalzano sugli schermi. Ad aprire il concerto sono stati chiamati i Knower, formazione dai ritmi funk e jazz sperimentale che sembra entrarci ben poco con le atmosfere ruvide dei RHCP; ma il loro set è buono (ascoltare certi ritmi con 30mila persone è inusuale in Italia) e in mezz’ora fa sciogliere un po’ di muscoli.

L’attesa finisce alle 21.33 precise, quando entrano i musicisti nella tradizionale jam session infuocatissima che apre lo show. Flea è incontenibile, come e più di sempre, spalleggiato da un Chad Smith potentissimo: insieme formano ancora una delle migliori sezioni ritmiche del rock. I volumi, neanche a dirlo, sono quelli sani e seri del concerto rock: pompati di bassi che suonano nella pancia, esplosivi nei momenti degli assoli e dei riff più riconoscibili, alti nel modo migliore per far volare le energie. Il salto sul palco di Anthony Kiedis è con la doppietta Can’t Stop e Dani California, e se è vero che “principio sì giolivo ben conduce”, abbiamo capito la direzione del concerto.

La scaletta dei RHCP è piena di pezzi della loro carriera più recente: non c’é tempo per i nostalgici, almeno non troppo. Ormai i Peppers sono proiettati verso il proprio futuro, senza lasciare troppo spazio ai rimpianti o ai rimorsi: pezzi veramente storici ce ne saranno pochi e tutti verso la fine, in una sorta di percorso a ritroso della loro carriera.

Gli splendidi visual psichedelici e ipercolorati accompagnano egregiamente uno spettacolo in cui i Red Hot Chili Peppers non deludono: sono in forma e hanno una gran voglia di suonare, a differenza di altre volte dove le performance non sono state all’altezza della loro fama. La voce di Anthony è pulita, raramente imprecisa, la band è carica e galvanizzata da un pubblico che non si ferma mai. Nemmeno loro si frenano, saltando qua e là sul palco in abiti di coloratissimi patchwork.

Con loro ci sono altri due elementi, il percussionista Chris Warren e il tastierista Nate Walcott, ma è vero che sono i tre del nucleo (quasi) originario le vere star: Flea, Anthony e Chad. Tre veri sopravvissuti, senza vergogna di ammetterlo. Flea è come detto straripante: la sua intro di I Wanna Be Your Dog, cover degli Stooges attesa e suonata spesso, è un personale omaggio alle sue ispirazioni funk e travolge il pubblico con il suo stile incredibile. Chad Smith è solido come una pietra, Anthony sembra ringiovanito. Il chitarrista Josh Klinghoffer, l’ultimo di una lunga serie, non fa più rimpiangere né Navarro né il suo beniamino John Frusciante, a cui sono legati i momenti più importanti del gruppo: sulla cover di What Is Soul dei Funkadelic offre un assolo tiratissimo che raccoglie più di un applauso.

Tempo sette canzoni e Kiedis tira fuori la sua californicità togliendosi la maglietta come ai tempi gloriosi. Poi è il momento di un secondo bassista sul palco per Go Robot, Samuel Bañuelos III. Flea e Klinghoffer si lanciano in una intro lunghissima e slappata di Californication, accolta da un boato e regalata in una versione un po’ troppo rallentata che la rende un po’ lagnosa, più che intensa. Il coro è affidato al pubblico, che canta il “sogno di californicazione” come se le spiagge di Los Angeles fossero appena di là dai cancelli di Capannelle.

“Grazie per averci accolti qui in questa città stupenda” dice Flea dopo il suo celebre assolo di Aeroplane. La scaletta si ammorbidisce con Tell Me Baby, un riempitivo che di certo non può tenere il confronto né con il pezzo che l’ha preceduta né con quella che l’ha seguita: l’incredibile e inaspettata Sir Psycho Sexy direttamente da quel Blood Sugar Sex Magik che ha formato ed eccitato un’intera generazione.

I Red Hot Chili Peppers veri sono questi: l’anima funk provocatoria non li ha abbandonati. È un’impronta indelebile, anche se non sono più quelli di allora. Ma loro non dimenticano da dove vengono e lo dimostrano con una versione incendiaria di Higher Ground di Stevie Wonder. È il momento della rievocazione: sembra passare danzando il fantasma di Hillel Slovak, il chitarrista originario dei Peppers con il quale la incisero su Mother’s Milk, il pubblico balla come un forsennato. La magia finisce di compiersi sull’accordo di Under The Bridge, quando si alzano le voci del pubblico per un coro che non smette fino alla fine. Non sarà certo la loro versione più bella, ma nella serata in cui piangiamo la morte di Chester Bennington, aiuta a sopportare l’ennesima perdita.

Il passato più amaro è andato, siamo alle battute finali: ci si riscuote con By The Way, scordata e fuori tonalità all’inizio finché non riprende la sua potenza di bomba incredibile che fa alzare la polvere in tutto l’ippodromo, e strappa applausi a scena aperta. Nemmeno i bis deludono, soprattutto perché come da tradizione i Red Hot Chili Peppers, da bravi animali da palco devoti al pubblico, chiudono con una tiratissima versione di Give It Away dove Anthony può dare sfogo a tutta la sua voglia di scat. “Pace, amore e gentilezza sempre. Grazie” saluta Flea prima che Chad lanci le bacchette della batteria, sancendo la fine definitiva del concerto.

Inutile provare disappunto o sperare in una maggiore concentrazione di classici: i Peppers mantengono un legame con le proprie radici ma sono giustamente cambiati, perché nessuno può ripetere in eterno la stessa formula. Piuttosto, visto tutto quello che hanno passato nelle innumerevoli vite vissute, c’è quasi da meravigliarsi che abbiano ancora voglia di far casino e siano in grado di sostenere il palco a questi livelli. Sarà davvero l’ultimo tour, come si è rumoreggia in queste settimane? Mai dire mai, ma da quello che hanno visto i trentamila di Roma i californiani sembrano tutto tranne che un band finita e senza stimoli.

Scaletta Red Hot Chili Peppers Roma 2017, tutte le canzoni

Intro Jam
Can’t Stop
Dani California
The Zephyr Song
Dark Necessities
The Adventures of Rain Dance Maggie
I Wanna Be Your Dog (Stooges cover)
Right On Time
Go Robot
Californication
What Is Soul (Funkadelic Cover)
Aeroplane
The Getaway
Sir Psycho Sexy
Higher Ground (Stevie Wonder cover)
Under The Bridge
By The Way

Goodbye Angels
Give It away

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Arianna Galati

Foto di Roberto Panucci

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