Onstage

Robbie Williams a Verona, una grande festa che non riesce a decollare

Allo Stadio Bentegodi di Verona Robbie Williams, per la prima delle tre tappe italiane in programma per l’estate 2017, si è presentato in forma – anche se con il viso provato ancora dagli abusi di botox confessati alla fine dell’anno scorso – e con ancora tanta voglia di dare sfogo sul palco alla sua istrionica capacità di stupire e divertire cantando, ma con qualche problema di voce che ha disturbato la festa veronese.

Il pugilato è uno dei temi attorno ai quali ruota il concept del nuovo tour, persino nel look di Robbie in canotta e kilt (che da lontano sembrano un paio di pantaloni oversize della tuta), come se fosse sul punto di iniziare una sessione di allenamento. Ad accompagnarlo sul palco oltre ai musicisti, le cui chitarre soliste avranno il loro momento di gloria nell’assolo di Come Undone, c’è un esagitato corpo di ballo. La produzione è quello che ci si aspetta dall’eccentrico cantante: esagerata e autocelebrativa. Due sue sagome dominano il lato palco e fungono da pannelli visivi integrati nell’impianto visivo dello show, e Robbie passeggia su una lunghissima pedana centrale dalla quale ne emergerà una seconda a forma di guantone da boxe, sulla quale sorvola il pubblico durante Love My Life. L’intera scenografia è perfetta per il mood dei pezzi: lo Stadio Bentegodi diventa una discoteca su Rudebox e una festa in stile sovietico in Party Like A Russian.

La scaletta è cucita su misura per un Heavy Entertainment Show. Trovano spazio molte cover, alcune già parte integrante del repertorio di Williams, e buona parte delle hit che lo hanno reso famoso in tutto il mondo. Nonostante questo, l’aria che si respira è quella di un concerto che non può realmente esplodere per paura di sbagliare: la voce viene fuori poco almeno fino a Freedom, omaggio sentito a George Michael, pezzi come Millennium e Kids, tra i migliori brani pop degli ultimi vent’anni, non riescono a decollare e i limiti imposti dalla situazione vengono gestiti con grande mestiere, tra inviti al pubblico per i sing along e l’aiuto dei coristi. Un assaggio di quello che sa fare il “vero” Robbie Williams arriva a metà show con il medley a cappella, composto da alcuni evergreen pop e suoi pezzi, e nell’accoppiata Angels/My Way a fine concerto: canta in maniera così strepitosa da pensare che la poca voce a disposizione se la sia tenuta per questi due brani.

E infatti, conclusi questi ultimi, Robbie manda tutti a casa: da lui non ci si aspettano le quattro ore di Bruce Springsteen, ma novanta minuti infarciti di tante cover sono un motivo in più per uscire dallo stadio con l’amaro in bocca. Forse colui che rimane uno dei più clamorosi animali da palcoscenico usciti dal panorama internazionale degli ultimi trent’anni, indicato persino come potenziale sostituto di Freddie Mercury nei Queen, ha avuto una serata storta o forse sta davvero cominciando a tirare il freno. Ma è un peccato, perché a 43 anni e quasi trent’anni di carriera alle spalle, Robbie potrebbe ancora offrire molto allo showbiz.

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Redazione

Foto di Francesco Prandoni - testo di Nicola Lucchetta

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