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Robert Plant a Milano, il report della serata al Summer Festival

La rassegna del Milano Summer Festival 2018 questa volta porta all’Ippodromo SNAI la leggenda. Scherza Robert Plant, dice “Brrrr, brrr, fa freddo qui, più freddo che in Inghilterra!”. Non fa freddo, per niente, ma già nel primo pomeriggio, quando le ore sono ancora quelle più roventi, un nutrito stuolo di fan accorre nello spiazzo che accoglie il palco per occupare i primi posti sulle transenne e prendersi il posto privilegiato per godersi il mito del rock.

Molti di loro ieri non sono usciti di casa per andare ad un semplice concerto. Erano in pellegrinaggio. Vedere Plant racchiude tanta di quella storia, un numero così infinito di vicende, miti, racconti romantici che il concerto diventa evento, un’occasione per portare i propri figli (e mai mi sarei aspettato di vedere così tanti bambini a un concerto di un vecchio leone) ad assaporare e imparare cosa voglia dire amare la musica, amare il rock.
E Robert Plant è di certo uno degli ultimi professori, eminenza di un mondo che non c’è più, mangiato dall’opportunismo, dall’industria. Un mondo che sforna miriadi di gruppi mediocri che macinano soldi e che ha calato il sipario sul talento e sul cuore. Noi del mondo di Plant abbiamo sentito racconti, letto storie magnifiche di gesta mitologiche, e l’attempato cantante che si piazza davanti al microfono è un’antica reliquia, un oggetto da collezione, da curare e preservare.

Durante l’apertura di Seth Lakeman, un giovanotto (che poi andrà a fare parte della band di Plant, i The Sensational Space Shifter) che ha intreattenuto il pubblico con violino, chitarra acustica e mandolino raccontando con amore e passione la parte di Inghilterra da cui proviene, ho captato i commenti ansiosi che serpeggiavano tra i fan. Tutti riguardavano i Led Zeppelin, in bilico tra il desiderio di ascoltare una canzone del mitico gruppo che quest’anno festeggia il cinquantesimo anniversario dalla sua nascita, e il timore che il volto segnato dall’età del Plant del 2018 ingrigisse anche i mitici pezzi che hanno donato epicità alla nostra idea di Rock & Roll.

Quello che queste persone non sanno, e che invece sa chi segue Robert Plant negli ultimi quarant’anni, è che i Led Zeppelin sono ancora dentro di lui e sempre lo saranno, ma che non usciranno dalla sua anima mai più, almeno non nel modo in cui vorremmo. Non solo noi ma anche tutto il mondo musicale e commerciale, se è vero che per riunire il gruppo gli sono stati offerti tutti i soldi dell’Universo, che lui ha puntualmente e sempre rifiutato. Plant è l’esempio dell’artista che va avanti, che ha cercato costantemente qualcosa da di nuovo da dire, che usa la musica per raccontare le proprie radici, la storia dell’uomo. In tutto questo i Led Zeppelin ci sono, ma dimenticate le versioni delle canzoni che amate e ascoltate alla radio o sui vostri cd o vinili. Oggi Plant è uno studioso della bellezza, delle origini della musica. Questa sera ascolteremo molte bellissime canzoni del repertorio dei Led Zeppelin, ma Plant sa benissimo che non può e non deve riproporle come se al suo fianco ci fosse Jimmy Page, come se alle sue spalle ci fosse ancora l’amico scomparso John Bonham che con la sua morte ha decretato la fine di un’era.

Il Robert Plant di oggi è un vecchio cantante folk, accompagnato da un’eccezionale band chiamata The Sensational Space Shifter, i quali producono un suono avvolgente figlio di una coralità perfetta, su cui spicca come magnifico orpello la stupenda voce del cantante inglese che ieri sera è apparso in forma come non mai. Alcuni acuti hanno lasciato immaginare, chiudendo gli occhi, di essere ancora alla fine degli anni ’60 durante un concerto dei Zeppelin. Ha quasi un anno l’ultimo disco di studio Carry Fire, proposto con le due bellissime ballate The May Queen e dalla title track.

Tantissima storia della musica, dicevamo, propinata attraverso la grande passione per le cover di Plant, canzoni così radicate nella profonda trama musicale delle origini del blues da essere sconosciute ai più. Persino la stupenda Baby, I’m Gonna Leave You che ieri ha innnalzato ancora di più la temperatura nei cuori dei fan, è una cover di una canzone inizialmente registrata da Joan Baez. Il vecchio, ancestrale blues di Fixin’ To Die di Bukka White, canzone del 1940 registrata a Chicago e che affonda le sue radici nel blues, quello vero, proveniente dalle paludi del Mississippi. Gallows Pole, anch’essa conosciuta per la sua militanza nella discografia dei Led Zeppelin ma in realtà un vecchio pezzo folk del ’39 attribuito a Huddie ‘Lead Belly’ Leadbetter. Omaggio anche al bellissimo album Raising Sand del 2007 prodotto insieme ad Alison Krauss con Please Read The Letter, un’unione artistica la loro poetica, sensuale e perfetta (e sarebbe davvero un peccato se quel progetto non avesse un ulteriore capitolo).

Poi ultime le canzoni che tutti questa sera sono venuti ad ascoltare. Perchè per quanto si possa avere stima di un cantante che è andato avanti e ha decenni di carriera solista da omaggiare, una certa storia è semplicemente troppo grande e ingombrante per essere ignorata. E Plant ha trovato una dimensione perfetta per omaggiare questa capitolo passato, senza snaturare il suo nuovo corso e senza scardinare i suoi saldissimi principi. I Led Zeppelin ci sono stati, hanno cambiato il mondo, cosa altro può essere detto che non sia stato espresso nel migliore dei modi possibili?

Quel repertorio va proposto in maniera rispettosa nei confronti della nuova musica, che copre il mito come un manto di velluto. Le canzoni dei Led Zeppelin diventano anch’esse canzoni blues e folk, ri-arrangiate in funzione della nuova voce di Plant, più delicata e melliflua, della sua figura magnifica ma segnata dagli anni. The Lemon Song accende subito la passione dei fan, come la versione nuova di Black Dog cantatissima dal pubblico in delirio. La dolcezza di Going to California è uno degli episodi più fedeli alle sue origini, ed è impossibile non emozionarsi al limite delle possibilità del nostro cuore. Una digressione in Bring It On Home nasconde la famigerata Whole Lotta Love, canzone che è patrimonio dell’umanità, e che fa impazzire letteralmente il pubblico. Accoglie al suo interno il canto marinaresco Santianna, ma anche quel riff che tutti conosciamo e che non ha perso nulla della sua potenza, che proviene direttamente dal Martello Degli Dei.

Rober Plant ci insegna come andare avanti spediti nonostante il fardello di una storia ingombrante e pesante. Con la convinzione e il coraggio, e con l’amore per qualcosa. Venire fuori dalle sabbie mobili è possibile, se ami quello che fai. E’ questa la lezione più grande che ci portiamo a casa dal concerto, insieme a quasi due ore di bellissima musica dalla quale emergono sporadicamente visioni di un’era in cui il rock non proveniva dal basso, ma dal cielo.

Robert Plant Milano 2018, la scaletta

The Lemon Song (Led Zeppelin song)
Turn It Up
The May Queen
Black Dog
(Led Zeppelin song)
Going to California (Led Zeppelin song)
Please Read the Letter
Gallows Pole
Carry Fire
Babe, I’m Gonna Leave You
(Joan Baez cover)
Little Maggie
Fixin’ to Die
(Bukka White cover)
Rainbow
Bring It On Home / Whole Lotta Love / Santianna / Whole Lotta Love
(Led Zeppelin song)

Robert Plant Milano 2018, le foto

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Daniele Corradi

Foto di Francesco Prandoni

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