Onstage
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Il grande spettacolo di Rod Stewart finisce troppo presto

Ebbene sì, Sir Rod Stewart è finalmente tornato in Italia, a distanza di quasi otto anni dall’ultima apparizione all’Arena di Verona nel 2010. Si dice che, quando le distanze glielo permettono, l’ex leader dei Faces cerchi infatti di stare in giro il meno possibile, invece di mettere a ferro e fuoco la città come amava fare nei suoi drunken days. Segni dell’età che avanza? Forse, ma la sensazione è che Rod semplicemente abbia sempre meno voglia di sbattersi, soprattutto fuori dai suoi confini. Poco male, ad ogni modo, quando lo show che metti in piedi è di quelli cui l’Italia è forse poco abituata, ma che fin dal principio ha visto un pubblico completamente rapito dal carisma dell’artista.

Nonostante con discreta regolarità dia alle stampe nuovo materiale, è ormai chiaro che il Rod Stewart che abbiamo di fronte da molti anni è un performer che ha fatto tesoro di cinquant’anni di attività e che risulta credibile tanto sui pezzi che lo fecero esplodere negli anni settanta, così come sulle super hit (quasi sempre cover, è giusto ricordarlo), ma che ormai ha deciso di dedicare gli ultimi anni della propria esistenza a celebrarsi. Un po’ come gli Stones, Paul McCartney o Elton John, guarda caso i pochi compagni musicisti insigniti del cavalierato da parte della Regina Elisabetta.

Quando le luci del forum si spengono, alle 21 precise (mai sbagliare quando hai un check in ravvicinato), il colpo d’occhio è di quelli che lasciano il segno, così come il tiro della band che lo accompagna, che si lancia in una Soul Finger cantata e ballata da Stewart quasi ad omaggiare James Brown. È in forma Rod e i suoi abiti di scena, ormai quelli del classico residente di Las Vegas, ne mettono in luce un fisico un po’ provato, ma che cerca di non rassegnarsi al passare del tempo e che alla fine, pensando a come sono invecchiati molti dei suoi colleghi, non sfigura affatto.

Si diceva di Las Vegas: la Sin City e i suoi spettacoli iperbolici restano chiaramente il punto di riferimento della produzione, tanto che, rapiti da luci, cori e balletti, per un attimo si arriva a pensare di non trovarsi appena a sud di Milano, ma di essere stati catapultati direttamente nel Nevada, in uno show a metà tra Ringo Starr e l’ultimo Elvis. La capacità di passare da momenti toccanti e malinconici, ad altri di puro intrattenimento è da sempre uno dei marchi di fabbrica di Rod, anche se talvolta si ha la sensazione che alcune parti dello show acquisirebbero maggior intensità se i suoi abiti fossero un po’ meno tamarri.

Facezie legate ad un cultura che ci è forse un po’ aliena, si dirà, tanto più che col passare del tempo si finisce per convincersi che solo Rod Stewart possa permettersi di vestirsi in quel modo senza perdere un briciolo di credibilità. Così come è divertente osservare i suoi comportamenti con l’altro sesso, che anche in questo caso passano da gesti da cavaliere (appunto), a cafonate degne der peggior Piotta. Ed è tutto perfetto così. La voce, ancora graffiante e quasi più affascinante oggi segnata dallo scorrere del tempo che venticinque anni fa, resta la protagonista assoluta di uno show che non lesina luci, musicisti e, come da copione, coriste sotto i trent’anni, uno dei pochi vizi rimasti ancora al vecchio leone, ma che resta fortemente legato alla musica e non si limita a gettare fumo negli occhi.

Difficile trovare punti deboli in una setlist talmente ben calibrata da rasentare la perfezione, per altro molto apprezzata dal pubblico anche nei momenti di stanca (davvero troppi gli assoli per permettere a Rod di recuperare) o in quelli che hanno visto protagonisti brani meno noti del repertorio, ma la convinzione che si tratti di uno spettacolo completamente privo di possibili colpi di scena resta per tutto il corso dello show. Brani come The First Cut Is The Deepest, Rhythm Of My Heart, I Don’t Want To Talk About It o Sailing sono stati capaci di sciogliere anche gli accompagnatori più distratti, mentre il finale col botto, lasciato alle classiche Baby Jane e Da Ya Think I’m Sexy?, ha scatenato il ballo sfrenato della parte femminile del Forum, quella a cui Rod rimarrà sempre più legato.
L’unica delusione giunge postuma, con la mancanza in scaletta di qualche brano di troppo come Maggie May e Reason To Believe rispetto alle setlist dei precedenti concerti europei.

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Luca Garrò

Foto di Francesco Prandoni

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