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roger waters roma circo massimo 2018 concerto 14 luglio

Roger Waters, poesia e distopia sotto le stelle del Circo Massimo

L’evento più atteso del Rock In Roma 2018 era indubbiamente il concerto di Roger Waters al Circo Massimo. E che L’ex Pink Floyd, al suo ottavo e ultimo passaggio in Italia quest’anno (sei concerti a primavera e due live estivi, il primo sulle mura di Lucca per il Lucca Summer Festival) deludesse le aspettative altissime del suo Us+Them Tour era più che improbabile. Nel mondo imperfetto dominato dal calcolo delle probabilità, Roger Waters è un porto sicuro e felice. È l’ultima data del suo tour, l’ultima serata da vivo: “Voglio prolungarla il più possibile” ammetterà a mezzanotte, prima di concludere. La giusta dose di nostalgia del tempo che fu e la voglia potentissima, ancora a 75 anni da compiere, di attualizzare quel passato non solo per renderlo immortale, ma per spiegare molto di questi giorni pericolosamente distopici.

Il concerto vero inizia poco dopo le 21.30, tempo di far scemare tutta la luce del giorno e iniziare a entrare nel mood con la lunga intro di canto. Il palco è spettacolare, lo schermo mastodontico dietro le spalle dei musicisti è il supporto visuale e incredibile di questo tour. Intorno c’è lo splendore assoluto del Palatino illuminato, il Circo Massimo imbottito di persone. È un evento magico già prima di cominciare e nel descrivere questo live fenomenale di Roger Waters è facile finire immediatamente i superlativi e le iperboli: l’atmosfera immersiva in cui ti catapulta da subito sospende ogni razionalità e infuoca le emozioni più forti. Basta l’inizio di Breathe cantata in punta di voce, a volumi quasi delicati, per entrare in una nuova dimensione.

Le canzoni sono le stesse di Lucca, il copione dello spettacolo è identico ma invita ad abbandonarsi lentamente al racconto per suoni e immagini pensato da Waters. Costruita sui brani dei Pink Floyd che il bassista ancora ama suonare e piacevoli incursioni nella sua carriera solista, da Dejá-vu alla recentissima Smell The Roses passando per una straziante The Last Refugee, la scaletta di Roger Waters è l’orologio perfetto della sua vita artistica ormai cinquantennale, con salti temporali perfettamente collegati. Tanta è la devozione verso questo totem della musica che il pubblico è quasi in silenzio all’inizio, completamente assorbito da immagini e suoni. Su The Great Gig In The Sky le coriste si eclissano in un cielo stellato, lontanissime (e per questo eccellenti) dall’interpretazione originaria e magistrale di Clare Torry. Roger Waters è stropicciato, barba lunga e capello incolto, emana un’energia rabbiosa, secca e asciutta che incanta. Notoriamente burbero, quasi emoziona vederlo mentre gli sfugge un mezzo sorriso. Persino il microfono non aperto all’inizio di Welcome To The Machine, che muta quel “welcome my son” di apertura, non lo indispone, anzi, sembra fatto ad uso e consumo dello spettacolo.

Lo show non lascia spazio a chiacchiere, d’altronde da Waters non è che ci aspetterebbero monologhi nel mezzo. Lascia parlare le sue canzoni, parla nelle canzoni: un brano come Picture That ha più valore di duecento dichiarazioni ribattute a mezzo stampa. Le prime parole di servizio le libera dopo la tripletta di Another Brick In The Wall I,II,III infuocata di luci rosse, invitando ad applaudire i ragazzi che si sono esibiti nei panni degli scolari sul palco. “Scegliamo i ragazzi locali in ogni città, loro sono di Roma, fate un applauso” e annunciando la pausa di 20 minuti che divide la prima e la seconda parte. Nell’attesa sul maxischermo scorrono messaggi di resistenza, in pratica il sunto del pensiero politico di Roger Waters.

Si ricomincia alle 22.50 con gli ultimi nove pezzi in scaletta e lo stupefacente sorgere della centrale di Battersea, con un maiale rosa sospeso tra le prime due cime. Si apre con Dogs e Pigs (Three Different Ones) tratte da Animals, uno dei dischi più cupi dei Pink Floyd e più voluto da Waters. Qui entra in scena il gigantesco maiale che sorvola il pubblico, i fianchi vergati dalle scritte “restiamo umani” e “stay human”, che dopo la lunghissima passeggiata sopra le teste dei 45mila presenti viene liberato e fatto cadere sul prato B. Si accorre a farne cimeli agognati mentre sul palco infuoca la coda musicale, e si continua a suonare scivolando nella superconosciuta Money. D’altronde del maiale non si butta via niente, no? Vissuto da dentro è un momento-metafora del pensiero di Waters, vista la quantità di persone che si accalca a possedere un pezzo della plastica del maiale: in alto sul palco succede di tutto, in basso tra la folla ci si litigano brandelli di pupazzi gonfiabili per ricordo.

Brain Damage e una trepida, intensissima Eclipse sigillano il silenzio di Roger Waters che finalmente si scioglie nel parlare. Sa poco italiano (a parte “per favore guidi piano mia moglie aspetta un bambino” legato ad un aneddoto personale) ma non rinuncia a ribadire il concetto: “restiamo umani”. Presenta i membri della band tra gli applausi del pubblico: “ogni grande band dovrebbe avere almeno un hippy” sorride Waters, prendendo in giro Jonathan Wilson che lo accompagna alla chitarra. Zio Roger apre finalmente ad un monologo: “Credo che l’amore che sentiamo si sia diffuso dal Circo Massimo al mondo, così possiamo resistere a tutti i Trump del mondo che vogliono distruggere tutto senza umanità”. E aggiunge un nuovo aneddoto, citando il fan che ha incontrato per caso nella mattinata e gli ha chiesto di non essere politico durante il live. “Ma se non sei politico, sei una persona morta. Ora finisco il té e canto una canzone. Vogliamo che i bambini e i nostri nipoti dopo di loro possano respirare l’aria buona di questo paese fragile. Ovunque siate, dovete essere politicamente coinvolti se volete che i vostri figli crescano” conclude Roger tra gli applausi. E, imbracciata l’acustica, suona una struggente Mother in punta di gola (e sul maxischermo appare la scritta “col c*zzo” in corrispondenza del verso “mother should I trust the government?”).

Ma non sarebbe la vera fine del concerto di Roger Waters senza Comfortably Numb. La stessa immensa canzone che proprio due anni fa, proprio al Circo Massimo, fu suonata anche dall’eterno ex amico David Gilmour nel suo show. È impossibile non pensarci ma si resiste a non fare paragoni. Nessuna intro, solo l’esplosione del suono, un coro di voci che buca il cielo e finalmente i fuochi d’artificio a suggellare lo show, ampiamente oltre mezzanotte, dopo quasi due ore di concerto (escluse pause). Il finale perfetto di uno spettacolo enorme di resistenza umana e professionale, intriso di messaggi politici e di poesia.

Scaletta Roger Waters Roma 2018

Breathe (Pink Floyd)
One of These Days (Pink Floyd)
Time (Pink Floyd)
Breathe (Reprise) (Pink Floyd)
The Great Gig in the Sky (Pink Floyd)
Welcome to the Machine (Pink Floyd)
Déjà Vu
The Last Refugee
Picture That
Wish You Were Here 
(Pink Floyd)
The Happiest Days of Our Lives (Pink Floyd)
Another Brick in the Wall Part 2 / Another Brick in the Wall Part 3 (Pink Floyd)

Dogs (Pink Floyd)
Pigs (Three Different Ones) (Pink Floyd)
Money (Pink Floyd)
Us and Them (Pink Floyd)
Smell the Roses
Brain Damage
 (Pink Floyd)
Eclipse (Pink Floyd)

Mother (Pink Floyd)
Comfortably Numb (Pink Floyd)

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Arianna Galati

Foto di Francesco Prandoni

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