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Sigur Ros a Milano: più che un concerto, un’esperienza senza paragoni

Chissà cosa avrebbero pensato i Sigur Ros del 1994, anno della formazione, se qualcuno gli avesse detto: “nel 2017 suonerete in un palazzetto in Italia, appena un anno dopo esserne stati headliner in un festival estivo”. Probabilmente si sarebbero afflitti alla sillogica idea di un profondo cambiamento, un resa di fronte all’evidenza che un successo del genere non lo raggiungi cantando in una lingua inventata.

E invece no. I Sigur Ros, a vent’anni dalla pubblicazione del loro disco d’esordio, non hanno ceduto di un passo. Nella quasi totale assenza di messaggi veicolati dalla loro musica, sorprende pensare che abbiano intitolato il loro prima album Von, che tradotto in Italiano vuol dire “speranza”. Forse la speranza di poter entrare nel cuore degli ascoltatori di tutto il mondo con una proposta lontana anni luce dai modelli di riferimento.

I Sigur Ros, tanto per cominciare, cantano in hopelandic (in islandese vonlenska), che come detto all’inizio è una lingua interamente ideata da loro. Ogni sillaba di ogni parola in hopelandic esiste in funzione del proprio suono e in virtù sua utilità all’interno della struttura armonica. Per questo le canzoni della band islandese non si cantano, si ascoltano solo.

Lo show, inoltre, è diviso in due atti, il primo dei quali aperto e chiuso da materiale inedito (come l’eterea Á in apertura), pronto per la pubblicazione di un nuovo album ormai – si spera – imminente. Tra un set e l’altro, una pausa di venti minuti a dividerli. Vi immaginate chi produce i live di gente come Muse, Foo Fighters e The Killers che faccia farebbe se gli si proponesse un intervallo del genere a metà esibizione? Un calcio negli stinchi dell’intrattenimento. Eppure per i Sigur Ros quella pausa è funzionale. Permette di assimilare i pezzi nuovi, riprendere contatto con la realtà e sentire sulla propria pelle la tensione che accompagna l’attesa.

Non bisogna però pensare che un concerto dei Sigur Ros sia una roba da intellettualoidi: lo spettacolo c’è, è perlopiù antitetico rispetto a quello che mediamente sposta le masse nelle grandi venue, ma c’è. Ed esplode impetuoso nel secondo atto della serata, quello che racchiude tutti i pezzi più amati del repertorio. A parte la lampeggiante Óveður, singolo del 2016, la prima mazzata arriva come sempre con Sæglópur, con la sua consueta esplosione di luci guidata dall’ultraterrena ritmica di Orri Páll Dýrason, fino ad arrivare alla caustica Popplagið, animata da visual schizofrenici e disturbanti.

Sono proprio luci e visual a rendere questo seconda ripresa all’altezza di un grande pubblico: a parer mio il set scenico più emozionante mai visto in un concerto. Lacrime ancestrali che sgorgano, mentre Jónsi Birgisson raggiunge le note più alte del suo registro e consuma l’archetto sulle corde della chitarra.

I tempi sono maturi per una corretta lettura del fenomeno Sigur Ros. Nel periodo di maggior fioritura della narrativa seriale, in un’epoca in cui ogni cineasta, romanziere o fumettista cammina sul filo di un rasoio col rischio di cadere vittima di questa fame isterica di trame complesse, colpi di scena e “tratto da una storia vera”, a mantenere l’equilibrio ci pensano quei pochi artisti coraggiosi in grado di prestare ancora un po’ di attenzione alla forma.

Ad esempio il cinema – spesso ce lo dimentichiamo – è per definizione “immagini in movimento”, dunque un’arte che dovrebbe trascendere la mera trasposizione e aggiungere qualcosa che il racconto, da solo, non potrebbe mai comunicare. Non a caso, quella che in ambito cinematografico noi italiani chiamiamo “fotografia”, ovvero le tecniche e i processi attraverso i quali le immagini vengono catturate e messe in scena, in inglese prende il nome stesso di “cinematography”.

La musica, in maniera analoga, è l’arte di combinare insieme i suoni. Quindi aldilà del gioco di parole in un titolo accattivante, del ritornello efficace e del testo d’attualità, ogni tanto è vitale fare un passo indietro e lasciarsi incantare solo ed esclusivamente dai suoni. Ecco perché risulta difficile pensare a qualcuno in grado di vestire meglio dei Sigur Ros i panni dei salvatori di questa romantica visione. Loro che hanno talmente a cuore la prevalenza sonora da sfruttare la voce di Jónsi Birgisson come uno strumento, forse addirittura il più potente ed espressivo tra quelli a loro disposizione. Motivo per cui i loro live, più che spettacoli, sono esperienze senza adeguati termini di paragone, in cui a vincere è la musica e non la canzone.

Sigur Ros Milano 2017, le foto del concerto

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Umberto Scaramozzino

Foto di Elena Di Vincenzo

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