Onstage

Sting in concerto è sempre se stesso (e non importa quello che dicono gli altri)

Fabrique, Milano, 23 marzo 2017. Di questi tempi, il ritorno alle origini degli artisti più noti è una strada percorsa da molti: numerose reunion, molti tour celebrativi, spesso in riferimento a ricorrenze discografiche o carriere longeve, con svariate operazioni di marketing annesse atte a rivitalizzare una fama in decadenza o un portafoglio prosciugato.

In questa giungla dove sembra difficile dimostrare di essere se stessi il ritorno al rock di Sting è invece una scelta sincera, vera, di cuore: un recente nuovo album dalle sonorità crude e dirette, un tour nei piccoli club come agli inizi, un ritorno a quelle atmosfere degli esordi per puro divertimento, senza macchinose motivazioni di business aggiunte, senza latenti secondi fini.

Sting per questo tour si circonda di amici musicisti, su tutti il fido Dominique Miller alla chitarra e il poderoso batterista Josh Freese, che non avrà il tocco magico di Colaiuta, ma che in compenso picchia come un forsennato. Sul palco con lui anche figlio Joe Sumner, e una promettente band di San Antonio (Texas) chiamata The Last Bandoleros, che oltre a fare da opening act, partecipa attivamente al concerto con perfetti cori e divertenti comparsate musicali.

Sting parte forte con Syncronicity II e Spirit In The Material World dal pregiato reportorio dei Police incitando il pubblico, sinceramente un po’ spiazzato da una partenza così roboante e più attento a riprendere il live con lo smartphone che a battere le mani. Ci pensa il bassista inglese a svegliare anche i più disattenti con una versione di Englishman In New York di rara bellezza e il primo singolo tratto dal nuovo album, I Can’t Stop Thinking About You potente e trascinante.

I molteplici pezzi in scaletta di 57 th & 9 th, già convincenti su disco, nella versione live prendono ancora più forma e corpo: Sting li alterna sapientemente con i suoi classici dando ritmo e brillantezza a tutto lo show. Pochi i momenti riflessivi, ma ovviamente tutti di nobile gusto e tecnica sopraffina: Fields Of Gold è introdotta da una rarefatta strofa di All Along The Watchtower, mentre toccante come sempre è la dolcissima Shape Of My Heart.

Sting si diverte molto, il gremito Fabrique anche, e il suono, nonostante intenzioni e volumi siano indubbiamente marcati, è perfetto. Dopo aver lasciato spazio a Joe Sumner per una difficile cover di Ashes To Ashes di Bowie, il bassista inglese prepara il gran finale: il trittico Walking On The Moon, So Lonely e una magnifica versione patchanka di Desert Rose fa ballare tutti, mentre l’ennesima strampalata versione di Roxanne, che parte come l’originale, diventa funk e poi si trasforma in Ain’t no Sunshine di Bill Withers è la chiusura degna di una splendida performance.

Sting si prende gli applausi, ringrazia la band, regala ancora un po’ di Police al pubblico con una versione hard rock di Next To You e l’eterna Every Breath You Take. L’epilogo è come spesso accade dolcissimo: a luci soffuse, le chitarre acustiche si prendono il palco, per una struggente esecuzione di Fragile che Sting dedica «alla gente di Londra». Il ritorno alle origini del fuoriclasse britannico è dunque un viaggio contagiante che contamina e convince, consigliato a tutti coloro che cercano sempre la loro direzione. «Be yourself no matter what they say».

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Claudio Morsenchio

Foto di Francesco Prandoni

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