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The White Buffalo ha divertito e fatto riflettere a Milano, la recensione del live

L’America dei cantastorie, delle road song e del folk più rurale è spesso snobbata dal nostro amato Bel Paese. Poca cultura, poca passione, poco approfondimento. Eppure al di là dell’Oceano l’evoluzione della musica che attinge dalla tradizione più scarna e trasparente del vecchio continente è più viva che mai, fra produzioni, storici festival ed un debordante seguito di fan. Il progetto di Jake Smith The White Buffalo è un sincero omaggio a tutto questo, che parte da storie intimiste e tenebrose, passa attraverso uno scheletrico rock blues e spesso sterza con energia verso le danze speranzose della country music.

In una fresca serata estiva, i The White Buffalo fanno tappa nel loro lungo tour europeo allo splendido Magnolia, che in versione estiva è ottimamente tirato a lucido, con un gigante palco che accoglie comodamente lo scatenato trio. Jake Smith è accompagnato da un onesto bassista ed da un funambolico batterista che sostengono con efficacia tutta la vivacità del suo potente cantato. Jake sceglie una scaletta varia ma molto ritmata, che sa coinvolgere il pubblico, fra suadenti ballate e potenti accelerazioni.

La musica del “bufalo bianco” canta l’America delle speranze, delle contraddizioni, delle paure e dei grandi sogni con estrema franchezza ed autencità, puntando dritto alle emozioni più sincere. Molti i momenti convincenti, l‘apripista Hide And Seek, Oh Darlin What Have You Done ed una fantastica versione di Come Join The Murder. Il suono è ottimo, ma sui pezzi più potenti la formazione minimal del trio non sorregge sempre nel modo più adatto le composizioni. Forse una seconda chitarra, un piano o un’armonica, avrebbero creato live un’atmosfera più edulcorata, colorata e varia rispetto alla sola chitarra acustica, che a volte, chiusa da una ritmica troppo invasiva, non riesce a costruire a dovere.

Riuscitissime invece la canzoni più lente e sofferte, in cui Jake e la sua sei corde convivono soli e perfettamente in simbiosi: la voce espressiva, calda e magnificamente intonata si diffonde magicamente, fra dolorose liriche e tormentate note. Degne di menzione particolare sono la struggente versione di Into The Sun e l’esecuzione solista di Whish I Was True nei bis, sicuramente il momento più toccante dello show. C’è un America di provincia che racconta le storie del cuore, fra fede e disperazione, fra rabbia e pacata riflessione, che sta dalla parte dei meno fortunati e che sparge speranza e fiducia. Questa sera è venuta a trovarci e ci siamo tremendamente divertiti.

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