Onstage
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I Timber Timbre a Milano si confermano una strepitosa live band

Sono uno strano ‘fenomeno’ musicale i Timber Timbre, la band canadese che ha fatto tappa a Milano circondata dall’atmosfera raccolta della Salumeria della Musica. Sono, all’apparenza, dei musicisti improbabili: schivi, seri, persi nella loro musica e nel loro concentratissimo live. Rivolgono poche parole al pubblico. Anzi, Taylor Kirk – quando bofonchia qualcosa – neanche si capisce, quasi mangia le parole tra una canzone e l’altra, lasciando gli avventori indecisi sulla reazione da mostrare.

Poco importa, perché il live dei Timber Timbre è qualcosa che difficilmente vi capiterà di ascoltare su altri palchi, da altre band. Se divorate la loro discografia, vi renderete conto dello straordinario innesto che questi musicisti sono riusciti a creare: un blues d’atmosfera (ma sulla definizione vi lasciamo liberi di variare, ché le etichette mai come in questo caso sembrano fuori luogo), da qualcuno definito “estetico”, da altri cupo e gravoso.

Le sonorità dei Timber Timbre variano in uno spettro immaginario tra la pura magia e gli incubi più neri, attingendo moltissimo da influenze in realtà molto classiche e da riferimenti canonici. Ecco, se ascoltate i loro album ve ne accorgerete. Non innamoratevi troppo, però, dei brani su disco fisico. Perché la caratteristica principale dei live di questa band è quella di prendere le proprie creazioni e destrutturarle, riformandole poi a loro piacimento, cambiando arrangiamento, forma e persino vocalità.

Il live dei Timber Timbre sembra quasi un viaggio nella formazione delle loro stesse canzoni: non sono mai fatte e finite, diventano materia plasmabile tra gli strumenti dei suoi musicisti, che si divertono molto a giocarci, trasformando quello che dovrebbe essere un semplice live in uno spettacolo irripetibile. All’inizio vi sembrerà di riconoscere una canzone nota, ma i Timber Timbre instilleranno in voi il dubbio di non averla mai sentita: e invece sì, è solo la stessa matrice usata per dar vita a infinite versioni del medesimo brano, così che ogni live sia – a suo modo – un evento e non una mera rappresentazione di un album ascoltato ormai infinite volte.

L’intenzione è rimarcata dalla pretesa (sottolineata ad ogni singolo live) che nessuno usi gli smartphone, li inondi di flash o immortali il momento. Insomma, i Timber Timbre alla fine vogliono che questo concerto ve lo godiate, che ascoltiate la loro musica chiudendo gli occhi e non posandoli su uno schermo anonimo. Le provano tutte per farvi capire il loro mondo contorto, di note un po’ distorte che talvolta diventano caos e talvolta pura armonia, soprattutto quando sul palco ai quattro musicisti si aggiunge il sax, che sposta tutte le melodie su una dimensione decisamente più ‘calda’.

Non sono sicura, tuttavia, che l’atmosfera di un locale così piccolo abbia giovato alla band: i Timber Timbre non sono assolutamente da grandi palchi, ma hanno bisogno di una cornice perfetta per trasportarvi nel loro repertorio. Non puntano sul visual, sono più astuti: giocano sulla mancanza di luci, sulle ombre, sui chiaroscuri, e non è semplice creare una distanza anche solo immaginata e lieve con il pubblico, quando la distanza – semplicemente – non esiste.

Alcuni problemi tecnici non hanno poi il favorito il naturale ‘corso del live’, anche perché Taylor – in particolare – da vero perfezionista sembrava non trovare pace in quel suono che proprio non usciva come diceva lui (a un certo punto, è persino sceso dal palco per verificare come si sentissero gli strumenti tra il pubblico). Sarà per la prossima volta, Timber Timbre: il bello dei live sta anche nell’errore, che in questo caso sembra aver costretto la band a lunghissimi intermezzi strumentali, di cui – certo – non ci lamentiamo. Basta la voce di Taylor, le canzoni “trascinate” così particolari, le melodie magicamente torbide: come i Timber Timbre non c’è nessuno e ogni singolo live di questa strepitosa band ne è l’ennesima conferma.

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