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Gli U2 non sono finiti e la celebrazione di The Joshua Tree ne è la prova

“Gli U2 sono finiti, Bono non ha più voce, ormai non fanno un disco decente da vent’anni” è un refrain che siamo abituati a sentire e a ripetere da tempo, risposta a qualche prova discografica meno imbattibile di quelle del passato e a un qual certo snobismo musicale dal quale nessuno di noi è immune. Un refrain che è stato cancellato dal concerto allo Stadio Olimpico di Roma del The Joshua Tree Tour, per i 30 anni del disco.

Per l’apertura, puntualissimo alle 19.30, Noel Gallagher è sul palco. Con la Tribuna Tevere ancora inondata di sole, Noel ha l’impegno difficile di intrattenere e far divertire lo zoccolo più duro di fan. La magia sta tutta nei jolly pescati dal repertorio degli Oasis: la doppietta Wonderwall-Don’t Look Back In Anger scioglie l’intero stadio in un coro commosso fino al cielo.

Gli U2 stessi si accorgono della portata dei fan quando compaiono sul palco piccolo alle 21.20, con il metronomo umano Larry Mullen che lancia il drumming di Sunday Bloody Sunday: la band viene travolta da un urlo che sembra abbattere il muro del suono.

Per via dell’acustica dello stadio, piena di rimbalzi sotto le volte delle tribune, il sound complessivo esce molto impastato. A compensare ci pensa la band: anche il più scettico sulla tenuta live degli U2 si è ricreduto nel giro di quattro battute. Adam Clayton e Larry Mullen sono ancora una delle sezioni ritmiche più potenti della musica, The Edge emoziona con una nota, e Bono sembra ringiovanito, più attento nel dosare la voce tirando fuori profondità espressive in cui i fan non speravano più. “Grazie mille per averci fatto tornare qui” ringrazia Bono in italiano, lingua in cui tenterà di esprimersi in vari momenti del concerto. Ma da bravo frontman sa bene cosa serve: le emozioni delle canzoni. Lo splendore di Bad si lega alla cover di Heroes come omaggio a David Bowie; ce ne sarà un secondo verso la fine con Rebel Rebel incastrata in Vertigo.

In questo caso più che mai sono i brani a fare la differenza: nella prima parte di scaletta suonano le loro migliori canzoni di inizio carriera. La vera celebrazione di The Joshua Tree, col titolo preso dall’albero che sfida i deserti della California dove gli U2 andarono a ispirarsi, inizia con lo spostamento sul palco grande.

Il rispetto della tracklist è fondamentale per mantenere l’atmosfera di allora ma i brani suonano attualissimi: su With Or Without You c’è anche la coreografia celebrativa dei 30 anni che lascia Bono senza parole (“siete la cosa più bella”). La chicca arriva sulla splendida Bullet the Blue Sky, con Bono che gioca all’autocitazione dello storico The Fly dello Zoo Tv Tour proiettando con una telecamera le proprie smorfie ingigantite sull’enorme pannello alle spalle della band, dove scorrono i visual e i video firmati Anton Corbjin.

La seconda parte abbassa un po’ i toni e regola anche i volumi, che comunque non riescono davvero a rendere giustizia alla potenza espressa dai quattro irlandesi. Bono ricorda che il disco nacque nell’epoca del vinile, quando a malapena il Cd cominciava a conquistare il mercato, e dice “Benvenuti nel lato B” prima di attaccare In God’s Country che esalta lo stadio come Trip Through Your Wires, con i brevi solo di armonica che rispolverano il blues, anima reale dell’intero The Joshua Tree, e linfa vitale per la scrittura degli U2 di allora. La giusta celebrazione della band è definitiva: sulla chiusura di Mothers Of The Disappeared, i quattro musicisti si schierano a raccogliere una standing ovation inaspettata, con tutto lo stadio unito in un lunghissimo applauso. Qui si vede la vera essenza umana degli U2, superstar con gli occhi lucidi di fronte a quasi sessantamila persone.

I bis danno spazio alle produzioni post The Joshua Tree, anche se colpevolmente sono mancati brani da Zooropa e Pop, due dei loro dischi più sperimentali e belli. Scelgono Beautiful Day (con una citazione di Miserere di Zucchero e Pavarotti, secondo omaggio al tenore modenese di cui ricorrono i 10 anni dalla scomparsa) e un’incendiaria doppietta Elevation e Vertigo. Dal capolavoro Achtung Baby ripescano Ultraviolet (Light My Way), dedicata alle grandi donne della storia mondiale, e l’immancabile One fino all’inedito conclusivo Little Things That Give You Away.

Le quattro semidivinità irlandesi ci hanno offerto la loro storia dal vivo e noi, come nei migliori finali, abbiamo avuto l’intelligenza di riscoprirla con occhi nuovi. No, gli U2 non sono finiti. Possiamo non perdonare loro tanti sbagli, ma dal vivo sono letteralmente una bomba. Magari non sono più i precursori di suoni e sperimentazioni di venti o trent’anni fa, ma il potere di quelle canzoni sembra possederli come se non fossero mai invecchiati. Anche se le produzioni recenti non hanno la stessa portata del disco celebrato questa sera, gli U2 non sono finiti, perlomeno non dal vivo. Ma ci serviva un concerto così per scoprirlo.

Scaletta U2 Roma 2017, tutte le canzoni del concerto del 15 luglio

Sunday Bloody Sunday
New Years’s Day
Bad/Heroes
(omaggio a David Bowie)
Pride

Where The Streets Have No Name
I Still Haven’t Found (What I’m Looking For)
With Or Without You
Bullet the Blue Sky
Running To Stand Still
Red Hill Mining Town
In God’s Country
Trip Through Your Wires
One Tree Hill
Exit
Mothers Of The Disappeared

Miss Syria (Miss Sarajevo)
Beautiful Day
Elevation
Vertigo
(con citazione di Rebel Rebel in omaggio a David Bowie)
Ultraviolet
One
Little Things That Give You Away

U2 Roma 2017, le foto del concerto del 15 luglio

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Arianna Galati

Foto di Elena Di Vincenzo

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