Onstage
Vasco Roma 2018 foto concerto 11 giugno

Vasco a Roma si riconferma il re degli stadi tra fiammate di ironia

È il papà dei tour mastodontici, Vasco Rossi. È quello che ai concerti nelle grandi arene e negli stadi ha dato un senso, parafrasando malamente un suo pezzo come se avessimo quindici anni non ancora compiuti e dovessimo ricopiare i suoi testi sul diario, tra un biglietto del bus sgualcito e i compiti di inglese. Vasco Rossi porta a Roma il suo Vascononstop Live 2018, il suo show più pesante (a livello sonoro), e con visual giganteschi. Una struttura enorme, animata da 231 persone di crew: un paese piccolo ma affollato.

Il Modena Park è stato archiviato, pace al record suo: Vasco è andato oltre. E vuole restarci. Si può permettere di farlo. Ha ancora voglia, ha ancora forza, ha ancora la capacità di incantare semplicemente aggrappandosi al microfono. Vivere un concerto di Vasco è un’esperienza unica oggi che di anni ne sono passati, per lui sono diventati quaranta solo di carriera. E chi era bambino a cantare Albachiara o Siamo solo noi, due inni della sua discografia, oggi non rinuncia a cantarsele comunque in compagnia di figli, nipoti, amici cresciuti. Un ragazzino lui sul palco, il Blasco, sorridente con quella smorfia ironica che si è sempre fatta largo sul suo viso, sin dai tempi del primissimo album. E in questo tour Vasco rispolvera canzoni lontanissime, in una progressione sinusoidale tra vecchio e nuovo, dove l’unicum del filo che tiene insieme tutto è lui stesso. Il lui che cantava del fegato spappolato e che si ritrova però a sognare di vivere come nelle favole, coi piedi sul divano e a parlar del più e del meno. Come a dire che il tempo passa quanto ti pare, cambiano i desideri, cambia la vita, ma nel cuore dei vecchi rocker echeggia sempre quello spirito lì, in distorti possenti.

Affiancato da una band agguerrita e aggressivissima, protesa verso la resa hard rock degli arrangiamenti, Vasco assorbe i cori del suo pubblico come elisir di lunga vita. E c’è da augurargliene, per la miseria, perché avere il coraggio di rimettersi in gioco dall’inizio alla fine arrangiando tutto in chiave metal-industrial, con le chitarre di Vince Pàstano e di un gigantesco Stef Burns in primissimo piano, le percussioni e i cori elettrici di Beatrice Antolini che entrano prepotentemente in orecchio, la batteria granitica di Matt Laug in coppia col basso pieno della new entry Andrea Torresani (che ha sostituito Claudio “Il Gallo” Golinelli), è una prova nella prova. Con gli occhi di chi ha visto e vissuto davvero quello che descrisse in Siamo solo noi, Vasco mangia letteralmente in testa a tutti. Ha la capacità enorme di dare al pubblico quello che il pubblico gli chiede, ma fatto come vuole lui. È uno scambio alla pari, un legame indissolubile e fortissimo. Il suo rapporto di fiducia coi fan è totale e si sente.

E poi Vasco si diverte, si diverte davvero sul palco a interpretare quelle canzoni così difficili da ricantare se non a squarciagola, in equilibrio tra l’esagerazione e la semplicità. Non si stufa mai. Gioca a prendersi qualche pausa in più, ma corre qua e là sull’immenso palco con la carica di un maratoneta al primo chilometro. Nemmeno quando finge su La fine del millennio, con quel “Vado via, vado via da questa situazione” dove la voce gli scappa come una sincera presa in giro sullo sberleffo finale “La fine del primo tempo”. Il palco viene occupato da Beatrice Antolini che ha il compito difficilissimo di intrattenere 60mila fan agguerriti, ma lo fa con intelligenza. D’altronde il pubblico è lì per Vasco, aspetta che rifiati. E il Blasco rientra cantando la rabbia genuina di C’è chi dice no, uno dei suoi pezzi più belli e più attuali, intoccabile capolavoro della poetica di Vasco, seguita da Gli spari sopra che è una grandinata di purissima energia, di quella da incanalare verso gli inetti di cui è pieno il mondo. Sì, è poesia, anche se non a tutti entra in testa questo concetto. Poesia popolarmente rock.

Uno show nello show, quello del Nonstoplive. E venendo da un evento come Modena, non era facile trovare la quadra anche stavolta. Vasco fa virare tutto sul metallo pesante (incluso omaggio ai Metallica con Enter Sandman, che aveva promesso come scambio di cortesie e che anche solo in accenno dà idea della potenza espressiva del gruppo di musicisti alle sue spalle), monta un nuovo palco stratosferico e dà tutto sé stesso, ovattando le orecchie dei presenti con una scarica di decibel che vibra lungo tutta la schiena. Avere voglia di suonare per più di due lunghe ore, con rarissime pause tra un medley e un interludio per rifiatare, è il biglietto da visita più sincero del Blasco. Che con tutta probabilità alla dittatura dell’acustico, ad un tour ristretto nei teatri o nei club, non si arrenderà mai. Le canzoni più belle se le gioca con irriverenza, tipo Domenica lunatica, e osa l’impossibile: tagliare fuori Vivere. Uno dei suoi pezzi simbolo eliminato dalla scaletta senza remore. Può permetterselo, lui sì. Come a dire “è la vita, ragazzi” a volte tocca fare scelte dolorose, tanto arriva sempre un’Albachiara in singalong a chiudere in bellezza e a riconciliare dallo stupore. E pazienza, spallucce accennate, e si procede lo stesso. Vivere, è passato tanto tempo, sì. Ma Vasco Rossi è ancora il re degli stadi, libero di lanciare le sue canzoni nel vento.

Scaletta Vasco Roma 2018, tutte le canzoni

Intro
Deviazioni
Blasco Rossi
E adesso che tocca a me
Come nelle favole
Fegato, fegato spappolato

Medley rock: Delusa, Mi piaci perché, Gioca con me, Sono ancora in coma, Stasera, Rock’n’roll show
Vivere non è facile

Sono innocente
La fine del millennio
Interludio
(Beatrice Antolini esegue Ciao)
C’è chi dice no
Gli spari sopra
Stupido Hotel
Siamo soli
Domenica Lunatica
Il mondo che vorrei

Medley elettrodance: Brava, L’uomo più semplice, Ti prendo e ti porto via, Dimentichiamoci questa città
Rewind

Un mondo migliore
Medley acustico: Dillo alla luna, L’una per te, E…
Senza Parole
Sally
Siamo solo noi
Vita spericolata
Canzone
Albachiara

Vasco Roma 2018, le foto del concerto dell’11 giugno

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