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Il racconto del concerto di Xavier Rudd a Milano

Si chiude con la data all’Alcatraz di Milano, il 10 ottobre 2018, il mini tour italiano di Xavier Rudd. Il polistrumentista australiano da più di un lustro inserisce il nostro paese nei suoi regolarissimi tour con cadenza annuale. Non fa eccezione questo giro del mondo in supporto al nuovo album Storm Boy, uscito lo scorso maggio: Roma, Bologna e – per l’appunto – Milano.

L’Alcatraz è pienissimo, il pubblico è caldo e tutto fa presagire la grande riuscita della serata. Quando il buon Xavier (invocato a gran voce con il nome “Saverio”) prende posto sul palco e l’occhio di bue lo irradia, bastano pochi secondi affinché le dolci note di Honeymoon Bay affondino nel cuore della platea come un coltello nel burro. È l’inizio perfetto: il brano prende per mano i fan di Xavier e li accompagna in un viaggio di quasi due ore fatto di ritmi e suoni ancestrali, prediche sull’amore e sull’energia che muove il mondo e, soprattutto, balli, salti e cori.

Un concerto di Xavier Rudd è sempre imperdibile proprio per questo: è un concentrato di divertimento ed emozioni in cui ogni ingrediente è stato dosato con cura certosina dal suo biondo chef. In scaletta arriva infatti subito Rusty Hammer ed è giù il momento del didgeridoo, l’iconico strumento che è come sempre il vero protagonista dello show. Il club milanese perde ogni freno inibitorio e si lancia in una danza tribale, su un tappeto di suoni straordinari, gentilmente forniti dalla grande band di Xavier Rudd. Viene così portata avanti la proposta messa a punto qualche anno fa con la United Nations, il fenomenale collettivo di musicisti australiani con il quale il buon Rudd ha dato vita a Nanna, suo precedente album in studio.

In scaletta c’è spazio anche per un doveroso tuffo nel passato con Come Let Go (da White Moon, 2007) e The Mother, unico brano estratto dall’esordio Food In The Belly. Dopo un breve ritorno alle pulsioni danzerecce col medley Come People / Sacred è il momento di esplorare con decisione l’ultimo capitolo discografico con Best That I Can, Growth Lines, Storm Boy e Gather the Hands, lotto accuratamente selezionato per mostrare le carte e rivelare tutti gli assi nella mano del nostro australiano.

Xavier non perde occasione di tirare in ballo l’amore, la condivisione, la natura, l’energia e tutti quei temi tanto cari alla grande base fricchettona della sua fanbase. Il rischio di scivolare in banali luoghi comuni e scadere in una strana parodia di se stesso è alto, ma Rudd ha dalla sua delle doti da performer talmente universali da scongiurare ogni rischio. Canta a pieni polmoni, suona ogni strumento immaginabile, salta, balla e tiene il palco con formidabile carisma.

Non cede un centimetro di terreno Xavier Rudd. Perfettamente inserito nella nuova tradizione di polistrumentisti australiani che vedono in lui e John Butler una prima linea compatta. Una proposta irresistibile e che potenzialmente potrebbe rinnovarsi con costanza senza rischi, al sicuro da mode passeggere e tendenze musicali predatrici, perché il piatto messo in tavola è così buono, genuino, nutriente e ben presentato da far venire l’acquolina in bocca a chiunque, indipendentemente dal momento della giornata.

Dopo una lisergica e interminabile Flag, seguita della celebre Follow The Sun, l’encore regala ancora un bellissimo trittico composto da Lioness Eye (forse il momento più potente della serata), While I’m Gone e l’imprescindibile Spirit Bird, che chiude trionfalmente l’ennesimo capitolo perfetto della storia tra Xavier Rudd e l’Italia.

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Umberto Scaramozzino

Foto di Francesco Prandoni

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