Onstage

Gli A Perfect Circle sanno ancora stupire e fare musica di immensa qualità

Chi ama gli A Perfect Circle e li segue dal lontano 2000, anno in cui uscì il loro esordio Mer De Noms, sa benissimo che uno dei pregi migliori del gruppo è quello di essere sorprendente, di divertirsi a giocare con le aspettative per poi distruggerle e ricomporle in maniere inaspettate.

Disattendere a questo modo le aspettative dei fan può essere un gioco pericoloso, perché nonostante sia passata tantissima acqua sotto i ponti dal loro esordio di studio (e avendo compiuto pochi altri passi intermedi in questi 18 anni di carriera), Mer De Noms rimane il metro di paragone per ogni loro nuovo lavoro. E così sarà sempre. Questa l’importanza di quell’album incredibile: confrontarsi con il primo grande gruppo di riferimento, i Tool, per poi polverizzare immediatamente questo scomodo rimando per creare una base solida e autonoma su cui crescere.

a-perfect-circle-eat-the-elephant-copertinaPer questo l’attesa per il nuovo album Eat The Elephant è grande, addirittura emancipata dall’apparentemente infinita astinenza dal nuovo album dei Tool. C’è il cantante Maynard James Keenan dietro a tutto questo, quel genio dalla voce angelica che si diverte ad andare dalla parte esattamente opposta ai desideri dei suoi ascoltatori, che negli anni hanno covato un sentimento di amore e odio per questa strana e mitica figura che ama produrre vino quasi più della musica. C’è proprio il timore che Maynard si faccia beffe del percorso fin qui attuato con gli A Perfect Circle, proponendo qualcosa di difficilmente comprensibile, di astratto e terribilmente criptico come il suo atteggiamento nei confronti dei fan.

Così non è stato. Sebbene dagli esordi si sia virato decisamente da un genere alternative rock e post grunge a un più riflessivo e sfaccettato progressive, le canzoni rimangono bellissime e compatte, con molta atmosfera ed emotività in più. Ne risente l’aggressività, in questo senso non ci sono più canzoni come Judith o The Outsider, ma brani come Disillusioned e So Long, And Thank You For The Fish che vanno dirette a rafforzare la bacheca dei classici del gruppo.

Gli A Perfect Circle ci hanno allenati a questa imprevedibilità. Dopo il primo album, il seguito Thirtheenth Step del 2003 spiazzava in molti episodi che dilatavano alcuni momenti strumentali allontanandosi dall’immediatezza brutale del predecessore. In Emotive del 2004, ci si trovava di fronte a inaspettate cover con rivisitazioni di Depeche Mode, John Lennon e Elvis Costello totalmente irriconoscibili. Inoltre, pur essendo un album di cover (quello che i gruppi normali farebbero in un momento di piattume compositivo per non finire completamente nel dimenticatoio), Emotive è invece nel mondo degli APC un disco importantissimo per lo sviluppo stilistico, perché è al suo sound che rimanda più spesso Eat the Elephant.

La title track all’ inizio, con il suo incedere quasi jazzato conferma il fatto di non concedere nessuna delle certezze acquisite con i precedenti album. Dice già tanto sul mood dell’intero lavoro, intenso ed emozionale. Profondo sia nei testi che nelle atmosfere. La sensazione è quella di affondare a piedi in avanti nel blu sempre più intenso delle profondità marine, una situazione di sospensione aliena dove il mondo esterno è totalmente scollegato. Sensazione di corpo estraneo accentuato ulteriormente da alcune tracce grottesche nella loro eccentrica bellezza, quali la citazione di “Guida Galattica Per Autostoppisti” in So Long And Thank You For The Fish e la robotica Hourglass che inizia come un pezzo dance, prosegue con un rap metallizzato di Maynard e continua con l’ R&B della chiusura Get The Lead Out.

Benché l’associazione più vicina che si possa prendere all’interno dell’universo Keenan sia quella riferita al suo progetto parallelo Puscifer, sarebbe estremamente riduttivo limitarsi a considerare questo album totalmente su quella linea. Cosa che indubbiamente sentirete da più parti, viste assonanze ripetute ad una certa atmosfera malinconica in stacchi prolungati o a qualche episodio un po’ più strambo in aggiunta alla condivisione negli elementi della parte ritmica. Tuttavia è nel suono della chitarra di Billy Howerdel e del ritorno imperioso della sensibilità sonora di James Iha che il timbro inconfondibile degli APC si concretizza. Fattore Howerdel che, come spiccava in Emotive, qui rende il sound unico nel finale di The Contrarian, così come nelle armoniche di Feathers e in con By And Down The River, che pare a tutti gli effetti un upgrade della By And Down presente in Stone & Echo del 2013.

Se l’hard rock è quasi totalmente esiliato da Eat The Elephant, e fa capolino solo in alcuni frangenti di The Doomed e Talk Talk, il resto dell’album è un volo progressive proiettato sulle ali delle linee melodiche espresse da Maynard, che spiccano nella loro massima magnificenza in Disillusioned e nella splendida ballata Delicious.

Eat The Elephant riporta in vita gli A Perfect Circle, coloro che avevano inaugurato il (nuovo) periodo d’oro dell’alternative rock, e che in un certo senso hanno aiutato milioni di fan dell’alternative a sbarazzarsi delle scorie degli anni ’90 e intraprendere un nuovo percorso. Dopo questa ondata revival alternative, inesorabilmente tornata a ricalcare l’era grunge, era quasi fisiologico il ritorno di coloro che ai tempi ci avevano indicato la via per uscirne. Senza autocompiacimenti e scorciatoie, come allora la ricetta consiste nell’ampliare i nostri livelli di meraviglia; in una cosa sola l’album è uguale ai suoi predecessori: dirà molto agli amanti della musica ad anni dalla sua effettiva release. Un voto altissimo alla voce “longevità”, cosa tutt’altro che scontata nel 2018.

Credit Foto Tim Cadiente

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