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alice in chains nuovo album 2018

La redenzione, la rinascita e la sopravvivenza degli Alice In Chains

Il 24 Agosto 2018 uscirà Rainier Fog, sesto album in studio degli Alice In Chains e terzo con William DuVall alla voce. La prima incarnazione della band, quella con Layne Staley, si è accesa e bruciata in tre soli album (più due importantissimi EP).

‘E’ meglio bruciare che spegnersi lentamente’ diceva una famosa canzone di Neil Young citata nella lettera di addio di Kurt Cobain, e gli Alice In Chains sono riusciti miracolosamente a riaccendere la fiamma e non scomparire nell’oblio. Hanno deciso di andare avanti con William DuVall, un cantante che si dice abbia fatto una sola audizione e che al termine dell’esibizione di Love, Hate, Love, il batterista Sean Kinney avvicinandosi a Jerry Cantrell abbia detto ‘Ok, pare che la ricerca sia già finita’.

E, come ci ha detto lo stesso DuVall, sta proprio qui la forza di questa seconda versione del gruppo grunge: “Sono passati 12 anni dall’inizio di questa resurrezione degli Alice In Chains e in tutto questo tempo abbiamo imparato a conoscerci, a fidarci l’uno dell’altro. Essere il cantante di una band con una storia così importante significa molte cose, ma sotto tutti i discorsi l’essenziale è salire sul palco e dare tutto quello che hai. Conoscevo Cantrell già da molti anni prima di entrare nella band nel 2006 (DuVall era tra i musicisti che accompagnavano il chitarrista nel suo tour solista nel 2002 in supporto al suo secondo album Degradation Trip) e abbiamo semplicemente portato quella forza e quell’alchimia in questo mare più grande”.

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In tutti questi anni post reunion, come succede in molte altre band analoghe colpite da lutti al loro interno, le polemiche intorno alla volontà di continuare nonostante l’assenza di un elemento portante come il cantante (Layne Staley muore di overdose nel 2002, dopo anni di inattività dovuta alla tossicodipendenza in fase terminale, che ha portato dal 1995 in poi a grossi danni economici per la band tra contratti e tour saltati) sono state accese e aspre, e di mezzo c’è sempre andato il povero William, anche se da sempre supportato dall’appoggio di Jerry, Sean e Mike Inez.

DuVall dimostra davanti a noi una serenità e una maturità disarmante anche su questo punto: “Sta tutto nella nostra coesione come band, sin dai primi show nel 2006, dalla convinzione e dalla passione. Io credo che la gente che veniva a quei primi concerti percepiva che non era un progetto superficiale, con motivazioni materiali. Era una cosa vera, e il pubblico lo sentiva, nel profondo. Così abbiamo portato avanti questa cosa enorme un pezzo alla volta e con la sola pianificazione di farlo, di produrre musica dal vivo e su album. Di vivere semplicemente questa esperienza. Questo è il metodo più difficile di affrontare un’impresa, ma è anche senza alcun dubbio quello migliore possibile. Dopo 12 anni la gente credo lo abbia capito. C’è anche chi non lo capisce e non lo vorrà mai capire, ma è ok. E’ una cosa vera, può piacerti e può non piacerti, come tutto, ma c’è e ne siamo orgogliosi ”.

Queste parole sembrano inquadrare in maniera perfetta il suono di Rainier Fog, che è il perfetto terzo album di una band che è al tempo stesso nuova e mitologia dell’era grunge. Le dieci tracce che lo compongono sono un fine lavoro di lima e di perfezionamento al materiale musicale emerso nei due precedenti Black Gives Way To Blue e The Devil Put Dinosaurs Here. La prima impressione è data dalle voci, da sempre uno dei marchi di fabbrica della band, quell’intreccio di doppie vocalità che vengono a loro volta abbracciate da diverse sovra incisioni creando un effetto unico largamente copiato negli anni da decine di band alternative.

Non raggiungiamo chiaramente i livelli del connubio Staley/Cantrell, ma DuVall oggi approda ad una perfezione di incastro mai raggiunta prima. Basta ascoltare l’inizio di Maybe, una ballata semiacustica dalle melodie indimenticabili, dove le due voci danzano in simbiosi. Parimenti nell’oscura Deaf Ears, Blind Eyes o nella granitica Drone. Lo stile degli Alice In Chains è ben delineato e promuove un nuovo sound che non si limita a copiare quello vecchio. Il metal che li contraddistingue sin dai primi anni dal 2010 in poi è diventato più maturo, riflessivo, meno viscerale. Questo si concretizza in canzoni più lunghe, che raramente scendono sotto i cinque minuti di durata, in un “metal tinteggiato di doom” che incede come un dinosauro affamato, bello come le migliori melodie conosciute, malinconico e potente.

William è entusiasta di come queste nuove canzoni vengono accolte dal pubblico: “Il pubblico reagisce in maniera diversa a seconda delle diverse serate, dei Paesi che ti accolgono, ma sia i pezzi nuovi che quelli vecchi ricevono sempre il giusto tributo. Canzoni come Stone, Check My Brain, Hollow e Last Of My Kind, vengono tributate live come meritano, così come quando parte il riff della nuova arrivata The One You Know (pezzo di apertura di Rainier Fog) le persone urlano a tempo con le note, ed è fantastico. Non vedo l’ora di introdurre altri pezzi nuovi come So Far Under (canzone scritta da DuVall stesso e nella quale ruba anche l’assolo al guitar hero Jerry Cantrell, ndr)”.

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Rainier Fog è un album molto compatto, misurato. A differenza degli altri due dell’era DuVall è meno dispersivo, ha un carico di coscienza nei propri mezzi e nelle motivazioni. Suona anche meno oppresso, più sereno, se non rassegnato: “Ci abbiamo messo 8 mesi a registrare l’album, tra Seattle, Tennessee e Los Angeles (La band non tornava a registrare nella città natale dai tempi del self title album, da tutti conosciuto come Tripod nel 1995 – ndr). Molte band colgono l’attimo, bang! E registrano l’album. Noi abbiamo un metodo diverso, ci prendiamo il nostro tempo, il processo di scrittura si snoda attraverso il flusso di tutte le nostre esperienze. La considero un privilegio e una fortuna lavorare così”.

La titletrack è una cavalcata inarrestabile che racconta delle band come gli Alice stessi e altre come Soundgarden e Screaming Trees, che sono uscite da quella pioggia e nebbia che avvolgeva Seattle a metà degli anni ’80. Ragazzi pieni di vita, di rabbia e di dubbi, pieni di un talento incalcolabile. Molti di loro non sono sopravvissuti a tutto questo. Ultimo, da poco più di un anno, Chris Cornell, cantante dei Soundgarden. Questa canzone e questo titolo esorcizzano i demoni che sono cresciuti di pari passo al successo e alla notorietà. L’ultima traccia è invece un colossale pezzo di sette minuti intitolato All I Am, che con infinita bellezza e malinconia prende coscienza di cosa può fare e cosa no una band così martoriata dalle cicatrici: “Credo che l’anima vera degli Alice In Chains del 2018 sia da cercare nella musica che facciamo. Nelle canzoni che scriviamo e in quelle che suoniamo in giro per il mondo. Credo che tutte le risposte a tutte le domande siano nella musica”. Una risposta che può suonare semplicistica, ma che nel caso di William DuVall nasconde un oceano di storie, di rivalse, di morti e di rinascite. Resurrezioni e cicatrici.

Pochi altri gruppi possono vantare una storia così importante, così onesta, così sofferta. I fan degli Alice In Chains amano visceralmente una musica che proviene da sempre dalla sofferenza, dall’auto-mutilazione, dalla lotta contro un nemico imbattibile. Oggi però grazie al nuovo frontman DuVall possiamo anche godere di un nuovo lato molto umano e molto positivo: “A quelli che dicono che Rainier Fog suona più oscuro e più potente dei precedenti album, e a quelli che invece dicono che c’è più luce in queste note, che è un lavoro con più ottimismo e positività io dico… avete ragione entrambi! Il sound è il nostro, perché noi siamo sempre gli stessi. Ma tutto questo tempo insieme ci ha reso più aperti tra di noi, più fiduciosi, e questo si traduce in una nuova coscienza e in una distensione artistica. Siamo sopravvissuti insieme in tutti questi anni, e questo è quello che siamo. Insieme”.

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Un lato umano che è prepotente sul un palco dove DuVall trova sempre più il suo spazio, concerto dopo concerto. Un musicista che ha una sua storia ricchissima e che abbiamo voluto approfondire chiedendogli un giro da montagne russe lungo la sua storia, dai momenti più alti a quelli peggiori: “Ho tantissimi momenti di cui andare fiero, la mia esperienza con i Giraffe Tongue Orchestra (super gruppo che vede anche elementi dei Mastodon e dei Dillinger Escape Plan), molti concerti con gli Alice In Chains qui in Italia. Il concerto al Madison Square Garden per il Blackdiamondskye Tour, quello è stato un gran momento, come quando ho cantato con gli MC5 al Meltdown Festival (organizzato dai Massive Attack). Se penso ai momenti peggiori beh, torno indietro al 1996. Facevo parte di una band chiamata Madfly, e suonavamo in un locale nei pressi di Memphis. La sera prima ci rubarono il furgone con tutti gli strumenti. Sapete come sono le band agli inizi, ci dicemmo ‘suoniamo lo stesso, yeah!’, allora affittammo degli strumenti, orribili. Dovete sapere che il locale era un ristorante, e la gente mangiava gli hamburger e le patatine fritte praticamente alla stessa altezza del palco. In più prima di noi si era esibito un finto Elvis che si era messo per qualche ragione a frantumare bottiglie e bicchieri sul palco. Quindi noi suonammo con degli orribili strumenti affittati, con la gente che ci mangiava patatine sui piedi, camminando sopra cocci di vetro taglienti. Questo credo sia decisamente uno dei miei ricordi peggiori!”

Gli Alice In Chains hanno una storia gloriosa alle spalle che non possono e non vogliono ignorare e il volto di William DuVall è il simbolo di una resurrezione e della volontà di fare ancora musica. Mantenere il nome di una band così importante, se pur mutilata, vuol dire mettere nella nuova musica un bagaglio irrinunciabile di mestiere e bellezza, e tutte le tracce di Rainier Fog sono il risultato di una miscela esplosiva che pochissime altre band oggi possono vantare.

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