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Nel nuovo album degli Alt-J manca la qualità dei precedenti lavori

La pubblicazione del terzo album di studio è spesso un momento cruciale e difficile nella carriera di una band e per gli Alt-J – che nel 2017 sono tornati con Relaxer, dopo An Awesome Wave (2012) e This Is All Yours (2014) – sicuramente lo è stato.

Osannati da critica e pubblico dopo essersi aggiudicati un British Mercury Prize al loro debutto, i musicisti di Leeds hanno colpito velocemente il pubblico europeo e americano per la loro aura solenne e pulita, ma allo stesso tempo viscerale ed intensa. Da menzionare meritevolmente tra le migliori band indie-rock che si sono affermate nel corso degli ultimi anni, hanno visto il loro seguito crescere in maniera esponenziale in tantissimi paesi – Italia compresa – e garantiscono performance impeccabili ed emozionanti anche dal vivo. Per questo motivo ascoltando il loro nuovo disco, rilasciato lo scorso 2 giugno, ci si sarebbe potuti aspettare molto di più.

Relaxer non è folgorante come l’esordio della formazione britannica e non rimane nel cuore come il suo seguito. Si apre con la discreta 3WW e prosegue con una House of the Rising Sun rielaborata in stile Alt-J e con Hit Me Like That Snare, pezzo dagli inaspettati sentori pre-punk (Raw Power degli Stooges è stato sicuramente d’ispirazione) sia nel cantato che nei suoni.

Gli otto brani presenti all’interno dell’album sono subito associabili allo stile inconfondibile di Joe Newman e compagni, ma allo stesso tempo non lasciano il segno come alcuni tra quelli che il gruppo ha inciso in passato. Ascoltandoli si denota un livello più basso di hipsterismo e perfezionismo rispetto al solito, ma sicuramente anche meno mordente nel risultato finale (Adeline e Last Year sono carine ma non memorabili).

Tirando le somme, non sarà questo lavoro a fare in modo che gli Alt-J scrivano una pagina leggendaria della storia della musica moderna entrando nell’Olimpo degli intoccabili, ma le critiche da muovere ad una band come loro sono da rapportare al livello altissimo delle lavorazioni precedenti. Mettendola ai voti, i primi dischi arrivavano almeno ad un 8 pieno mentre questo si ferma ad un 6 politico: la produzione artistica a tratti orchestrale e di livello, così come la varietà della struttura sonora ed il coraggioso ritornello cantato in codice binario presente in In Cold Blood, strappano comunque la sufficienza.

Questo giudizio si porta dietro la certezza che possiamo pretendere di più da una band che è stata capace di creare piccoli capolavori come Matilda, Tesselate, Fitzpleasure, Dissolve Me e Something Good agli inizi della propria carriera. Per questo motivo sarebbe bello avere in anticipo la conferma che possa rimanere sulle scene ancora per molti anni senza cadere nel dimenticatoio. Il prossimo album degli Alt-J sarà una prova decisiva in questo senso.

Mara Guzzon

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