Onstage
Alter-Bridge-Walk-The-Sky

Walk The Sky degli Alter Bridge è un album che non decolla

Giunti al sesto lavoro in studio, gli Alter Bridge mostrano una stanchezza comprensibile. Mark Tremonti e Myles Kennedy non si sono praticamente mai fermati dal 2004 a oggi. Tra la band di Slash e i Tremonti, oltre a un album solista per Kennedy e incessanti tour, due autentici fuoriclasse del rock moderno come Mark e Myles non mostrano segni di cedimento fisico. Ma in Walk The Sky, a livello di scrittura e di qualità dei pezzi, purtroppo non tutto è andato come poteva esser lecito sperare.

Se The Last Hero, pur dovendo sopportare una produzione abominevole dell’oramai ridondante Baskette (oltre ad alcuni pezzi poco brillanti), aveva comunque retto alla distanza grazie a brani di spessore come Show Me A Leader, title track, Island Of Fools e This Side Of Fate, qui la ripetitività delle soluzioni compositive (anche nei pezzi più “pestati”, vedi alla voce Native Son) diventa a lungo andare insostenibile.
Take The Crown e In The Deep sono gli esempi perfetti di quanto appena affermato. Lo stesso impatto frontale di tre anni fa, ritornelli melodici forzati, cambi di mood nelle strofe rispetto al ritornello, una quantità smodata di strati sonori inutili. Soffre della stessa sindrome anche Pay No Mind, che mostra se non altro un chorus decisamente ottantiano di pregevole fattura.

Complessivamente il disco è più “diretto” rispetto ai predecessori, non c’è (purtroppo) più traccia dell’epicità che ha caratterizzato i migliori episodi del recente passato dei Nostri. Innegabilmente i riff ci sono ma la produzione (batteria senza alcuna dinamica, suono inutilmente ipercompresso, sostanzialmente gli stessi e “strani” difetti presenti su The Last Hero, primo album sotto Napalm Records…, ndr) è ancora una volta fuori luogo e affossa l’effettiva portata dei brani. In questo modo le canzoni non rimangono per nulla, finendo per assomigliarsi e, peggio ancora, di apparire come delle b-side di alcune sessioni di registrazioni precedenti.

Abbiamo sostanzialmente già sentito più di una volta le canzoni inedite presenti su WTS, e non basterà qualche soluzione che introduce synth e inserti elettronici per mascherare una carenza d’ispirazione evidente. Capiamoci, non si potrà mai dire che un pezzo come Tear Us Apart sia osceno. Ma la struttura e le melodie portanti sono state abusate, a dir poco, dai Nostri nell’ultimo decennio (e di My Champion ce ne è bastata già una tre anni fa).

Quando ci sono delle buone idee (The Bitter End per esempio, piuttosto che le strofe della title track), pare che si voglia deliberatamente aumentare il carico anche quando non ce ne è alcun bisogno, fino a quando si alza il volume inutilmente con ritornelli forzati, melodicamente incoerenti col resto del pezzo. Va meglio quando non si pensa troppo e si va dritti al bersaglio, come in Indoctrination, bella pagaiata oscura che fa ripensare alla bellissima Bleed It Dry.

Forever Falling – dove canta Mark Tremonti – è una ballad vitaminizzata che soffre di un’esagerazione a livello di produzione, ma sotto sotto è un buon pezzo che sarebbe stato meglio asciugare anziché arricchire.
Dying Light e Godspeed sono i due episodi migliori del lavoro. La prima conclude l’album richiamando tutte le coordinate che hanno reso questa band una delle migliori realtà hard rock del nuovo millennio. La seconda è il singolo ideale (molto più degli altri diffusi nelle settimane antecedenti il rilascio dell’album) per mostrare un gruppo che contamina il proprio sound in modo creativo, senza esagerare in sovraincisioni vocali e con una produzione dosata.
Clear Horizon è un’altra canzone che va salvata se non altro per le idee di base. Ma avrebbe anch’essa bisogno di un’asciugatura in termini di elementi aggiuntivi inseriti nel pezzo.

Il precedente The Last Hero aveva già abbassato l’asticella delle aspettative. Walk The Sky piacerà ai fan irriducibili, ma è un lavoro da sufficienza risicata e di stima per un gruppo che mostra un inaridimento complessivo dovuto sicuramente all’esagerata produzione di questi anni tra band madre e progetti paralleli. Probabilmente eravamo stati abituati troppo bene dal periodo d’oro 2004-2013, quando si oscillava tra dischi perfetti (One Day Remains, Blackbird e Fortress) e cd di spessore (AB III).

Voto Album:

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI