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Everything Now, la critica feroce degli Arcade Fire alla mancanza di stimoli dei nostri tempi

Parliamoci subito chiaro. Everything Now degli Arcade Fire è più di un album: è un concept album che si serve della musica per lanciare un messaggio chiaro, negativo, preoccupante. Lo sappiamo, gli Arcade Fire ci hanno sempre abituato a queste operazioni che travalicano le sette note dure e crude, cavalcando i social e le opportunità odierne di circondare la tracklist di un contesto più ampio che vada oltre la discografia e che permetta agli ascoltatori – probabilmente – di cogliere il messaggio subliminale (neanche troppo) della loro produzione.

Everything Now è stato quindi anticipato da un clamore internettiano costruito ad hoc, condito da finti profili Twitter, improbabili fughe di notizie e persino false recensioni, che – dopo l’ascolto dei primi singoli rilasciati – non si mostravano particolarmente fiduciose nei confronti della nuova opera di Win Betler e compagni. Ironico, considerando che i fan della prima ora – i fedelissimi – sono apparsi critici nei confronti della ‘svolta pop’ della band canadese, che per questo quinto album ha, in effetti, chiamato a raccolta produttori come Thomas Bangalter dei Daft Punk e il bassista dei Pulp Steve Mackey, affiancati da Geoff Barrow dei Portishead e da Markus Dravs, che grazie al lavoro fatto per The Suburbs si era portato a casa anche un Grammy.

Nomi che dovrebbero far suonare più di un campanello: la produzione ‘pop’ è stata voluta, cercata e ottenuta, anche se parlare di pop in questo caso è fuorviante, perché la confezione di Everything Now è splendidamente dance, con richiami evidenti (più veri e propri ‘omaggi’) agli Abba e alla musica anni ’70, quando il ‘pop’ (inteso come il genere più popolare in questo caso) aveva una sua ragion d’essere e non era pallida generazione di brani mordi e fuggi, fatti per vendere (una critica fortissima e palese in Electric Blue).

E qui emerge il genio degli Arcade Fire, a mio parere: un ritorno ai tempi in cui la musica era semplice intrattenimento ma aveva comunque una sua chiara funzione e una sua qualità. Eppure, provate a ballare su questi testi che grondano inquietudine e critica feroce al bersagliamento mediatico a cui siamo abituati, all’annichilimento dell’Io, dei valori semplici, subissati come siamo di stimoli vacui. Per lanciare questo brillante messaggio (un po’ alla Videodrome di Cronenberg), gli Arcade Fire si servono del pop per poi demolirne le derive contemporanee, con un’operazione fatta di contrasti, antitesi e della loro solita ironia, che qui diventa quasi satira.

Le contrapposizioni, del resto, sono il fil rouge di questo album senza vuoti (à la Arcade Fire, insomma): la cacofonia riempie gli spazi e trova forse la sua massima espressione nel brano più vero e cinico, We don’t deserve love, che anticipa la chiusura dell’album con Everything Now (continued), che riprende l’incipit creando un loop infinito e tristemente senza speranza.

In questo ciclo di eterno “black” e piattume culturale non c’è via d’uscita. L’everything now è destinato, per la band canadese, a durare in eterno. Mi ripeto: ballateci su, se ci riuscite, ma quando poi comprenderete il messaggio di fondo, capirete che c’è poco da sorridere in fin dei conti. E l’Everything Now arriva come un pugno in pieno viso ben scagliato, che nasconde una visione tristemente tragica dei nostri tempi.

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