Onstage

Gli Architects rinascono dal dolore

Non sempre il dolore ti butta a terra per non farti rialzare. A volte, pur bastonandoti alle ginocchia e facendoti inciampare, tra rabbia, rassegnazione e angoscia, capita che il cervello inizi subito a lavorare ed elaborare il lutto molto prima di quanto ci si possa aspettare. Gli Architects lo hanno fatto con Holy Hell.

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La band progressive metalcore britannica ha infatti trascorso un periodo molto difficile, sia dal punto di vista personale che personale. Il 20 agosto 2016, il fondatore, chitarrista e principale compositore degli Architects, Tom Searle, (nonché fratello gemello del batterista Dan), muore in seguito a una lunga battaglia contro un melanoma a soli ventotto anni. Una tragedia che al di là della perdita di un giovane talentuoso, aveva gettato nuvole minacciose sul futuro stesso della formazione, attiva dal 2004 e tra le realtà più in vista del suo genere.

Ma i ragazzi sono stati chiari, subito dopo aver affrontato i loro legittimi dubbi esistenziali. “Non ci fermeremo mai”. Il loro motto era diventato anche un mantra, un’ancora di salvezza per tutti i fan degli Architects in attesa di materiale inedito dopo il bellissimo e purtroppo profetico All Our Gods Have Abandoned Us (2016). Il 7 settembre 2017 i Nostri pubblicano Doomsday, un nuovo singolo e l’ultimo a cui il povero Tom abbia mai lavorato. Data la risposta di pubblico e critica, gli Architects decidono di organizzare il 3 febbraio di quest’anno uno show all’Alexandra Palace di Londra, che si rivelerà poi essere il più grande sold out da headliner mai ottenuto dalla band.

Due grandi iniezioni di fiducia, che aggiungendosi all’arrivo ufficiale in line-up del chitarrista e compositore degli Sylosis, Josh Middleton, riescono a ridare a Searle e soci la forza e l’ispirazione necessaria per andare avanti sia sul palco che nella scrittura del loro ottavo album.
Nasce così Holy Hell, un lavoro che getta le sue basi sul dolore, sul modo di processarlo, affrontarlo, e infine conviverci, accettandolo e crescendo come individui e artisti. Musicalmente parlando, i Nostri portano avanti il discorso iniziato con All Our Gods Have Abandoned Us (e la opener Death is Not Defeat, per citare uno degli esempi più lampanti, è lì a provarcelo), indagando ulteriormente gli elementi elettronici e atmosferici, e affacciandosi spesso su aperture melodiche inaspettate e impossibili da dimenticare (Hereafter e Royal Beggars).

La mancanza del talento di Tom Searle a volte si fa sentire (prendete le poco incisive rispetto al resto Mortal After All o la conclusiva A Wasted Hymn), ma viene compensata dalla performance del vocalist Sam Carter, che con il suo “yelling” tocca vette mai conquistate in passato nella title track e in The Seventh Circle e dall’equilibrio perfetto tra melodia e aggressione raggiunto in Modern Misery.

La vena creativa non si è di certo esaurita per gli Architects. Holy Hell è la dimostrazione che è possibile uscire a testa alta anche dal più terribile dei lutti, grazie al potere catartico della musica. L’ultimo full-length della band di Brighton non è di certo un lavoro facile e immediato ed è impensabile affrontarlo a cuor leggero, ma è la migliore lettera d’addio che potessero scrivere al loro fratello e compagno caduto, facendo tesoro dei suoi insegnamenti per il futuro.

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