Onstage

La prova di coraggio degli Arctic Monkeys

Tranquility Base Hotel & Casino è il sesto album in studio degli Arctic Monkeys. Come ogni release dalla formazione britannica, anche questa è stata anticipata da un hype esagerato, non privo di speculazioni, notizie ricamate intorno alle poche dichiarazioni concesse e congetture sulla direzione che la band avrebbe intrapreso. Questo è ciò che deriva dall’essere una delle band più potenti e rilevanti degli ultimi tempi.

Questa volta Alex Turner e soci tornano sul mercato discografico dopo una pausa di ben cinque anni. Sono tanti? Tantissimi. Basti pensare che nei primi cinque anni di carriera gli Arctic Monkeys hanno pubblicato tre dischi, con il quarto e il quinto a soli due anni di distanza dal rispettivo predecessore. Ma sono tanti anche alla luce dei profondi cambiamenti avvenuti nel mondo della musica dal 2013 a oggi. Fa un po’ impressione pensare che prima dell’uscita del fortunato quinto disco della band inglese si pensava ancora che la dubstep sarebbe stata il futuro, ai concerti non c’erano i metal detector, Spotify era appena arrivato in Italia, erano tornati i Soundgarden, si scioglievano i My Chemical Romance e il mondo poteva ancora godere della presenza di Lemmy Kilmister, Prince, David Bowie, Lou Reed, Leonard Cohen, George Michael, Chris Cornell, Chester Bennington, Tom Petty e Dolores O’Riordan. Cinque anni sono tantissimi.

arctic-monkeys-tranquillity-base-hotel-casino-coverPer questo e per tanti altri motivi, il ritorno del combo inglese è uno dei più complicati dei tempi recenti. Complice il risultato di AM, un successo difficilmente replicabile senza cambiare formula. Pensateci: se fosse uscito un disco simile ad AM, come l’avremmo accolto? Invece, mentre il mondo è in affanno nel tentativo di difendere o demolire la trap, mentre è in corso una profonda destrutturazione dei generi, gli Arctic Monkeys tornano indietro, esplorano sonorità anni Settanta, accantonano le chitarre in favore di pianoforte e tastiere e ripartono dalla psichedelia di Humbug per produrre un disco complesso. Complesso perché riuscire a inquadrarlo prima del decimo ascolto è impossibile, e chiunque dice di averlo fatto mente, a voi o a se stesso.

Se non fosse un disco degli Arctic Monkeys fioccherebbero recensioni entusiaste nel nome del buon gusto, della ricercatezza. Ma è un disco degli Arctic Monkeys. La fanbase media era strettamente legata a quei riff, a quelle chitarre, a quelle dinamiche pop e allo status di restauratori del rock’n’roll. Eppure non è neanche questo il vero problema. Il problema è che gli stessi membri della band, fedeli compagni di Turner, una volta ascoltato il materiale partorito si sono chiesti cosa avrebbero potuto farne, e soprattutto che ruolo avrebbero potuto avere in quello che andava delineandosi più come un lavoro solista. E viene poi naturale pensare al progetto The Last Shadow Puppets, il supergruppo nato dal sodalizio tra Alex Turner e Miles Kane. Il materiale proposto in Tranquility Base Hotel & Casino sembra in qualche modo riprendere quel discorso, tutt’altro che interrotto. Quindi più che un’evoluzione potrebbe sembrare una mancanza di idee di un Alex Turner in difficoltà che, rievocando il fantasma di David Bowie, si rifugia in un concept fantascientifico a metà strada tra l’allunaggio e una Los Angeles decadente e crepuscolare.

Sebbene la tentazione di skippare diversi pezzi al primo ascolto non sia biasimevole (soprattutto per chi ancora non si è liberato del ricordo elettrico di Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not), una volta presa familiarità con l’intima atmosfera lounge si cade inesorabilmente vittime del fascino dei maturi arrangiamenti orchestrati da Alex Turner e della sua conturbante voce da crooner. E dei testi, così lontani dalla banalità media del mercato discografico da confermare ancora una volta di essere di fronte a uno dei migliori parolieri della sua generazione (e non solo). Alla fine Alex Turner è rimasto tra i pochi ad avere più a cuore la propria soddisfazione artistica che tutto il resto.

Viene quindi naturale pensare al coraggio. Quello che spinge una band all’apice del proprio successo commerciale ad abbandonare la strada intrapresa nel precedente album per distanziarsene così repentinamente da lasciare tutti disorientati, riminghi, privati di qualsiasi punto di riferimento. E dopo un confuso peregrinare tra i crateri lunari, superato il decimo ascolto, indovinate in quale luogo cercheranno tutti rifugio? Certamente: al Tranquility Base Hotel & Casino.

Photo credit Zackery Michael

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