Onstage
as-i-lay-dying-2019

Gli As I Lay Dying tornano sul trono del metal moderno

Per spazzare via qualche eventuale dubbio sulla portata del ritorno discografico degli As I Lay Dying basta ascoltare l’opener Blinded. La band più importante della scena melodic metalcore dei Duemila (oramai anche più degli apripista Killswitch Engage), ha dovuto deporre lo scettro per cause di forza maggiore nel 2014.

Basta usare Wikipedia per sapere cosa capitò al cantante Tim Lambesis e che strade presero gli altri componenti del gruppo (che formeranno i più che dignitosi Wovenwar). Non starò qui a parlare di quanto successo, visto che trattiamo musica. Ma sicuramente quanto capitato allora ha innescato una serie di meccanismi che hanno portato oggi gli AILD a incidere il miglior lavoro possibile dai tempi della memorabile doppietta Shadows Are Security (2005) e An Ocean Between Us (2007).

Non che il gruppo avesse smarrito la bussola in The Powerless Rise (2010) e Awakened (2012). Anzi. Tuttavia la spontaneità e la voglia di settare lo standard per il metalcore del nuovo millennio sempre più in alto era inevitabilmente venuta meno, favorendo una modalità da pilota automatico decisamente di qualità ma priva di quel fuoco creativo che aveva permesso ai Nostri di conquistare migliaia di fan e imporsi al numero 8 della Billboard 200 nel 2007.

La capacità esecutiva della band è rimasta su livelli esagerati. Quel che è tornato senza mezze misure è l’impulso a cercare sempre di migliorarsi, a non porsi limiti nel trovare la soluzione più equilibrata tra chorus orecchiabile (Josh Gilbert sugli scudi) e violenza esecutiva abnorme. Il successo di Shaped By Fire è quell’aria di Lamb Of God ed Heaven Shall Burn che si respira nell’esagerata Gatekeeper, piuttosto che la perfezione a 360 gradi di Take What’s Left (alzi la mano chi ha pensato subito a The Sound Of Truth ascoltandola, ndr). O ancora nelle strutture che il drummer Jordan Mancino costruisce intorno alle partiture indemoniate che i due chitarrista Hipa/Sgrosso (sentiteli su Only After We’ve Fallen e The Toll It Takes) confezionano in ogni pezzo.

E il singer? Lambesis è gli AILD, piaccia o meno. E Tim ruggisce e sbraita in maniera agghiacciante dall’inizio alla fine. Quella modulazione che (anche dal vivo) gli permetteva di essere il numero uno della scena è andata inevitabilmente persa quando, nel 2010, l’abuso di steroidi ha iniziato a far precipitare la situazione in ogni senso (non solo in quello relativo al registro vocale). Nonostante questo la sua timbrica è ancora oggi ferale e incontenibile. L’album per assurdo è ancora più bello nella sua ipotetica seconda metà (da My Own Grave alla fine le canzoni sono una meglio dell’altra), a conferma che la qualità complessiva di Shaped By Fire è clamorosamente elevata. A cercare il pelo nell’uovo, potremmo dire che la produzione è troppo sbilanciata sullo standard attuale con tutto rivolto verso il massimo impatto possibile. Ma è appunto operazione di poca utilità.

Gli As I Lay Dying sono tornati dove meritavano di stare. Al vertice della catena alimentare del metal moderno, anche sopra le opere di due mostri sacri come Rammstein e Slipknot, autori di buoni ritorni ma inavvicinabili alla rabbia, alla fame, alla sete di vendetta che anima il settimo lavoro dei ragazzoni di San Diego. L’eco di questo platter si sentirà per parecchio tempo: chi aveva 20-25 anni nell’epoca in cui il metalcore dominava le scene hard & heavy non potrà rimanere indifferente a quanto pubblicato venerdì 20 settembre 2019.

Da qui a stabilire che davvero l’armonia interna al gruppo sia ristabilita e che, soprattutto, lo stato mentale di Tim sia realmente tornato verso il segno positivo, è materia da affrontare con cautela evitando spreco di giudizi e battutine da social network. C’è solo da augurare il meglio a una delle migliori metal band emerse negli ultimi vent’anni, godendosi un platter che non eravamo più abituati ad ascoltare in quest’epoca di musica di plastica.

Voto Album:

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI