Onstage

Il secondo album di Asgeir è più complesso del previsto

Esistono due modi di affrontare un artista come Asgeir e il suo nuovo album Afterglow. Il primo è lasciarsi assalire dalle ingombranti influenze, fin troppo palesi perché il mero riconoscimento possa essere motivo di vanto, il secondo è fare uno sforzo in più, grattare via la superficie e cercare di scoprirne il vero valore.

asgeir-afterglow-recensioneNell’era di YouTube e Spotify, in cui un disco è un investimento in termini di tempo più che di denaro, il rischio è che il primo approccio vada per la maggiore. Perché sì, anche io dopo aver pensato “ecco Bon Iver” ed “ecco i Sigur Rós” ho avuto la tentazione di andare direttamente alla fonte. Per fortuna la responsabilità di dover parlare del lavoro altrui mi ha aiutato a fare quello sforzo di cui sopra e indovinate cosa ho scoperto? Sotto la superficie di un lavoro apparentemente derivativo e debitore verso le numerose influenze, si nasconde un labirinto. Uno di quelli complessi, che cambiano la propria struttura, sgretolando minuto dopo minuto ogni illusorio riferimento.

Il sodalizio con John Grant, dal quale sono nati i primi adattamenti inglesi dei brani di Asgeir, ha portato frutti talmente buoni da rendere poco discutibile la scelta di non rilasciare una versione in lingua islandese. Ma non è l’unica novità rispetto al precedente In The Silence, fortunato esordio del 2014. Afterglow infatti rinuncia ai collaudati arrangiamenti acustici in favore dell’elettronica. I fiati di accompagnamento fanno posto ai synth e le venature folk si addentrano in territori ambient. A restare assoluta protagonista della produzione è invece ancora una volta la voce incantatrice del cantante islandese, capace di trasformare in affascinanti suoni le parole scritte dal padre, il poeta Eianr Georg Einarsson.

Indubbiamente un pizzico di originalità in più avrebbe emancipato Asgeir dai suoi modelli e avrebbe reso la sua proposta più appetibile. Ma la direzione intrapresa sembra precisa e nulla è lasciato al caso. Anzi, la genialità di Afterglow risiede proprio nella sua natura diabolica. Complessità e armonia vengono combinate in un ossimoro che richiede orecchie ben più attente di quelle dell’occasionale ascoltatore di streaming. Infatti, una volta superato il primo superficiale ascolto, si rivela così raffinato ed etereo da inibire ogni opposizione intellettuale, mantenendo allo stesso tempo un evidente apparato pop, ben ponderato.

È come se le pareti del labirinto fossero alte, luminose, in un’alternanza di led a luce calda e fredda, geometricamente perfette nel loro tentativo di limitare lo spazio. Mi rendo conto di aver involontariamente descritto il set di The Cube, celebre sci-fi diretto dall’australiano Vincenzo Natali, solo che mentre il film cult del 1997 rimase impresso nella memoria cinefila come un lavoro disturbante, il secondo album in studio di Asgeir verrà probabilmente ricordato – si spera per lui – come uno dei capitoli più delicati della recente produzione musicale nordica.

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