Onstage
astronoid-band-2019

Il coraggio degli Astronoid e il (post) metal nel 2019

L’innovazione non è tale senza coraggio, quel pizzico di follia che, se ovviamente di base c’è una certa sostanza, può fare la differenza. Uno degli esempi più lampanti di coraggio, follia e innovazione nel mondo metal underground risponde al nome di Astronoid. La giovane band del Massachusetts, attiva dal 2012, ha alle spalle due EP e soprattutto un debut album, Air (2016), una vera e propria ventata di aria fresca in una scena che è stata spesso tacciata negli anni di pigrizia e mancanza di idee davvero nuove e soprattutto buone.

Autodefinitisi “dream thrash”, con la loro opera prima i Nostri hanno proposto un nuovo sound fondendo tra loro idee del passato, ovvero miscelando sapientemente shoegaze, black e death metal, dream pop oltre a qualche trovata power e classic metal ottantiana, traducendo il tutto nel concreto in riff cristallini, in un cantato etereo e in una sezione ritmica potente. Per chi ama i paragoni, sono stati in molti ad accostare gli Astronoid a band come Alcest, Coheed and Cambria o Enslaved (anche se la formazione cita tra le sue principali influenze Devin Townsend, Ihsahn e i suoi Emperor), confronti che anziché spaventare i ragazzi li hanno spronati a dare ancora di più nel loro secondo omonimo lavoro.

Astronoid, proprio come Air, è un disco che appartiene a una dimensione astrale, e così come non è facile incasellarlo in un genere specifico, è invece molto naturale immaginare che i pezzi che compongono questo full-length abbiano origine nel momento in cui la notte cede il passo al giorno, qualche istante prima dell’alba. Ma la seconda fatica in studio della band statunitense non si limita a prendere ciò che di buono è stato proposto nell’esordio (ed era già molto), ma lo fa apportando un numero significativo di migliorie e limature.

Partiamo dalla produzione, molto più pulita e di livello rispetto ad Air, che non fa altro che esaltare la precisione di molti passaggi. Uno dei brani che più si avvicinano al passato degli Astronoid è il singolo I Dream In Lines, ma è con il secondo estratto dall’album, A New Color, che il gioco inizia a farsi serio e più interessante, settando il mood dell’opera per intero. Astronoid infatti, come racconta l’evoluzione stessa della formazione (i Nostri infatti, seppur per pochissimo, hanno accarezzato anche il growl, prendendo la saggia decisione di abbandonarlo al primo EP e ponendosi quindi in una posizione differente rispetto lo standard di molte band blackgaze), è nel suo complesso molto più pacato rispetto ad Air.

Eccezion fatta per alcuni brani sparuti (vedi I Wish I Was There While the Sun Set) il blast beat e i ritmi incalzanti cedono il passo a un tono molto più riflessivo e soprattutto non sviano l’attenzione dal focus del disco, ovvero il perfetto bilanciamento tra ogni singolo ingrediente che lo compone, e si trasformano da mero abbellimento a scheletro della narrazione (e brani come Water e la conclusiva Ideal World sono lì a dimostrarcelo). Come se ne non bastasse, il recente tour statunitense in supporto ai Tesseract, ha permesso ai Nostri di inglobare nella propria proposta qualche caratteristica progressive metal tipica della formazione britannica (Fault), e il perfezionamento nella costruzione di linee e aperture melodiche sempre più efficaci (leggi alla voce Breathe). Il tutto accompagnato da lyrics fumose ma piene di fascino, accostabili alla ricerca del vero Io e alla creazione dell’arte in sé e per sé, due tematiche che spesso e volentieri hanno molti più punti di contatto di quanto si possa immaginare.

Astronoid, per fare una similitudine artistica, è come un dipinto impressionista, in cui i contorni del soggetto, se osservato da vicino, non sono delimitati da pennellate decise ma più che altro da suggestioni di colore tutt’altro che casuali, e per rendersene conto basta fare qualche passo indietro, e osservare il quadro da lontano, nel suo armonico insieme. Tornando con i piedi per terra, è ovvio che all’opera seconda degli Astronoid manchi l’effetto sorpresa che ha lasciato tutti a bocca aperta nel 2016, ma oltre a dimostrare quanto il quartetto sia molto più confidente nelle proprie capacità rispetto anche solo a un paio di anni fa, l’omonimo album conferma definitivamente lo status di innovatori assoluti degli Astronoid, andando a rafforzare i (pochi) punti di debolezza del passato e codificando una volta per tutto un nuovo genere. Chiamarlo dream thrash o space metal fa poca differenza, data l’intolleranza che i Nostri, non a torto, hanno per le etichette che sempre si è cercato di affibbiargli.

Voto Album:

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI