Onstage

L’esordio di Billie Eilish cambia le regole del gioco

La critica l’ha definita «il futuro del pop» e Dave Grohl ha detto di lei: «Quando vedo qualcuno come Billie Eilish, la morte del rock non è vicina». Nel mentre i singoli snocciolati nei mesi passati facevano registrare numeri da record e i concerti del suo tour il tutto esaurito praticamente ovunque (un assaggio dell’affetto del suo pubblico lo abbiamo avuto nell’unica data italiana del 21 febbraio scorso al Fabrique di Milano). Senza ombra di dubbio quello di Billie Eilish era l’esordio più atteso di questo 2019 e When We All Fall Asleep, Where Do We Go? – che, per la cronaca, ha già ottenuto un record, quello di album con più pre-add nella storia di Apple Music – suona come una vera e propria consacrazione.

Classe 2001, cresciuta a Highland Park, Los Angeles, California, in una famiglia di musicisti e attori, tra cui il fratello maggiore Finneas, musicista e attore (nel ruolo di Alistair nella serie tv Glee), Billie Eilish Pirate Baird O’Connell ha iniziato a scrivere giovanissima, arrivando al grande pubblico nel 2016, a soli quindici anni, con il suo primo singolo Ocean Eyes, oggi a quota 93 milioni di visualizzazioni su YouTube. Da allora l’attenzione attorno alla giovane cantautrice ha continuato a lievitare, grazie ai brani contenuti nell’Ep Don’t Smile At Me e a singoli d’impatto come Lovely ft. Khalid, Come Out And Play realizzato per la campagna della Apple, When I Was Older entrato nella raccolta Music Inspired By The Film Roma.

Anticipata dai singoli You Should See Me In A Crown, When The Party Is Over e Bury A Friend, l’uscita di When We All Fall Asleep, Where Do We Go? è stata accompagnata da un incredibile carico di aspettative, ma Billie si è fatta trovare pronta, sfoderando un disco che alza il livello, già eccellente, di quanto sentito finora, manifestando in maniera palese le potenzialità dei fratelli O’Connell, che del disco hanno curato scrittura, produzione e registrazioni. Il tutto tra le mura della cameretta di Finneas, a due passi da quella di Billie.

È l’affermazione dell’attitudine rilassata e indipendente, con cui Billie ha conquistato milioni di coetanei. Una sorta di filosofia slow pop, che all’apparenza e alla velocità di fruizione, predilige l’essenza, il tentativo di creare un dialogo profondo con l’ascoltatore e in ciò ricorda davvero tanto quella delle ragazze dell’alternative Anni ’90, da Tori Amos a Fiona Apple, da Björk a PJ Harvey. Come loro Billie non ha paura di andare a scavare nell’oscurità, sui sentieri tortuosi di sentimenti complessi.

Perdita, desiderio, morte, l’amore respinto, sognato o temuto, l’amicizia, la frizione tra i generi, l’incomunicabilità, i demoni da uccidere per quanto attraenti, il nulla in cui aleggia tanta cultura giovanile, le sostanze che lo creano e quel lato oscuro, che alberga dentro ognuno di noi, da conoscere per non esserne divorati, sono questi i temi delle quattordici nuove tracce. Un’operazione di igiene emotiva, che Billie compie per se stessa con una profondità di vedute e un’ironia rare per una ragazza di diciassette anni, nonché con un linguaggio capace di dialogare in maniera estremamente diretta con i suoi coetanei, i ragazzi della cosiddetta Generazione Z, senza lasciare indifferente chi a quella generazione non appartiene.

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Questo, in effetti, è un disco fresco e contemporaneo, ma che poggia su fondamenta ricche di storia, ascolti variopinti che affondano le radici in un passato più o meno remoto, assimilati e tradotti da questi due fenomeni in una sintesi nuova, difficilmente catalogabile.

L’inizio è contagioso, come la risata di Billie nell’intro !!!!!!! o la cassa in quattro e il riff di synth di Bad Guy, che unisce sonorità techno a un bridge trap, risultando il pezzo più esplosivo del disco, coraggiosamente giocato in avvio. Insieme alla ballad Xanny, programmaticamente melliflua, il pezzo offre un assaggio di buona parte degli elementi che caratterizzeranno il disco. Dalla linea vocale dal sapore quasi jazz anni ’50 e la batteria spazzolata dell’inizio, Xanny viene catapultata in un presente alterato dai bassi esagerati dell’808, conditi da un effetto stereofonico delle voci (sempre di Billie), che aumenta l’effetto straniante di questa psycho-ballad bellissima a livello melodico e armonico, primo saggio della penna dei fratelli O’Connell, che in queste quattordici tracce regala gioie a grandi e piccini. You Should See Me In A Crown completa il quadro: Billie affila il coltello lasciando il segno con un singolo in cui la trap si mescola a influenze electro e synth pop, che un po’ ricordano l’ambiente scandinavo di The Knife.

Rintocchi di campane (tra i tanti suoni campionati, che con le voci fuori campo condiscono le quattordici tracce) e All The Good Girls Go To Hell aprono un trittico dal sapore più organico. Il testo più criptico e probabilmente arcigno dell’album si appoggia su una base pop dai toni leggeri, che ricordano in maniera quasi parodistica certa roba di fine 2000, in una sorta di Britney Spears che incontra Slim Shady. Wish You Were Gay, ci starebbe benissimo anche solo chitarra e voce, big up per la penna di Billie e Finneas, ma in questo arrangiamento trova un saporino tutto suo grazie alla sapiente giustapposizione di elettronica ed elementi organici (chitarra, piano e percussioni).

Siamo alla settima traccia, When The Party Is Over, e, se è vero che questo disco ti cattura fin dall’inizio, è anche vero che è di canzone in canzone che ti porta sempre più in profondità nel mondo interiore di Billie Eilish, che si svela giustamente poco a poco. Con un’aura quasi gospel, questo pezzo è un irresistibile crescendo emotivo, una perla incastonata nel cuore dell’album. Segue 8, chiave di volta, un divertissement per vocina, ukulele, chitarra, tastiere, batteria e l’onnipresente 808, che nasconde un testo amaro, la storia di un cuore rubato e mai restituito… aloha!

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Non c’è tempo di piangere sul latte versato, così con la carnalità di My Strange Addiction si torna a ballare. Il pezzo introduce una sezione con atmosfere da club, composta con rigorosa simmetria da tre canzoni. Il terreno per il singolone è pronto e Bury A Friend si prende il posto che merita, germe creativo dell’intero progetto, come dichiarato dalla stessa Billie. Caratterizzato da atmosfere creepy e sapientemente costruito attorno al pulsante shuffle di batteria, il pezzo – da ballare, da ascoltare e da capire – è una perfetta sintesi sonora di tanti degli elementi usati nel disco, voci sovra incise, elettronica a profusione, percussioni organiche e campionamenti, che sono vere e proprie easter eggs, come il vocale registrato su sua richiesta dall’ignaro amico Calvin dicendo quel «Billie» che ora è nelle cuffiette di milioni di ragazzi, ai campionamenti del trapano del dentista in azione sui dentini della Nostra.

Senza soluzione di continuità arriva Ilomilo, una partita al videogame di cui prende il nome, tutta in levare e che ci riporta al synth pop dei The Knife di Silent Shout. La melodia è bellissima e l’uso dell’effettistica sulla voce si fa, ancora una volta, imitativo, rappresentando con il tremolo il mondo sfuocato visto dagli occhi di Billie. Chicca: da qui inizieranno a tornare rimandi e riferimenti ai testi delle canzoni precedenti, in un gioco di corrispondenze che sfocerà nel finale a sorpresa.

Siamo quasi in chiusura e i ragazzi ci sorprendono con Listen Before I Go, una ballata dai toni dilatati e sorprendente per la maturità di scrittura. Il testo è il più cupo del disco: una sorta di lettera di addio («portami sul tetto, voglio vedere il mondo quando smetto di respirare e divento blu») e un invito ossimorico a vivere le persone e le situazioni senza dare nulla per scontato, scorre sulle sirene delle ambulanze in sottofondo. Save The Best For Last, si dice, e allora prima di lasciarci, veramente, solo per un po’, c’è spazio ancora per una perla assoluta e una chiusura a sorpresa. I Love You è una ballad fortemente evocativa, roba da fuoriclasse, con le voci di Billie e Finneas che si intrecciano fino ad esplodere in quel I Love You, da rimangiarsi facendosi una risata, prima che rischi di cambiare le cose.

È tempo di saluti e su una base beatlesiana, nella quale non stona (ancora una volta) il condimento di bassi 808, Goodbye raccoglie frasi da tutte le canzoni del disco, appunti presi da un flusso di coscienza, in un percorso a ritroso che riporta tutto lì dov’era iniziato. Che sia stato tutto un sogno? Chissà! Sicuramente si è trattato di un’immersione profonda nel mondo ricco di interrogativi, paure, sentimenti primordiali e difficilmente confessabili, raccontato in un disco ricco di simmetrie, corrispondenze e rimandi intertestuali. Un disco da scoprire canzone dopo canzone e ascolto dopo ascolto, opera prima di un’artista che ha tanto da dire e sa esattamente come farlo. Le regole del gioco, da oggi, sono cambiate.

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