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Rough and Rowdy Ways, l’ultimo e bellissimo album di Bob Dylan

Annunciato a sorpresa nel bel mezzo della pandemia e anticipato da tre singoli che avevano già fatto presagire l’aria del capolavoro (Murder Most Foul, I Contain Moltitudes e False Prophet) da qualche settimana è finalmente disponibile il nuovo album di Bob Dylan – per il quale si può tranquillamente scomodare l’aggettivo EPOCALE senza timore di essere smentiti, ma, anzi, con la certezza di fare cosa buona e giusta.

Ma è veramente cosa buona e giusta ascoltare ancora nell’anno di grazia del Signore 2020 la musica di un uomo di 79 anni che guarda e canta al passato? Uno che nell’ultimo lustro ha dedicato tutte le sue energie a rispolverare il catalogo del Grande Canzoniere Americano (con un occhio di riguardo al repertorio che fu già di Frank Sinatra) pubblicando tre album di sole cover? (Ndr. Shadows in the Night nel 2015, Fallen Angels nel 2016 eTriplicate nel 2017).

A giudicare dai voti assegnati dalle riviste straniere specializzate e non e dai pareri degli esperti esegeti, dylanologi, dylaniani e dylaniati di tutto il mondo, sembrerebbe di sì. Il giudizio infatti è unanime: capolavoro annunciato era e capolavoro confermato è rimasto.

Per quanto (im)possibile abbiamo cercato non farci influenzare troppo dal trend del resto della stampa e di fare un’analisi imparziale che – se non avete tempo e voglia di leggere – si potrebbe sintetizzare in “Il disco è davvero stupendo. Ascoltatelo testi alla mano”.

LA COPERTINA – che è forse la cosa meno bella dell’album ,  deriva, in realtà, da una vecchia foto in bianco e nero scattata negli anni ‘60 e riattualizzata a colori apposta per l’occasione.

Ed è forse proprio questa, in sintesi, la possibile chiave interpretativa per comprendere anche il contenuto del disco: canzoni che parlano e partono dal passato per arrivare a parlare e comprendere il nostro presente.

ILTITOLO – traducibile con “Modi rozzi e rissosi”, molto probabilmente riprende e omaggia un vecchio pezzo country degli anni ‘20 di Jimmie Rodgers – che si intitolava appunto “My Rough And Rowdy Ways” –  oppure, secondo alcuni, un meno noto articolo di Walt Whitman (pubblicato sul Brooklyn Daily Times nel lontano 1857) in cui il poeta americano si mostrava preoccupato per “i modi turbolenti e rozzi” che stavano infestando il cuore dell’America e degli americani (rampant set of rowdies and roughs).

I CONTAIN MULTITUDES – Di certo il poeta di “Capitano, Mio Capitano” – non quello della pasta dentifricia e nemmeno quello dei Findus, ma quello omaggiato nella celebre scena finale de L’Attimo Fuggente – viene esplicitamente citato nel brano di apertura del disco I Contain Multitudes che riprende un verso tratto dal celebre poema di Whitman “Song Of Myself” contenuto nella raccolta Foglie D’Erba:

“Mi contraddico?
Ebbene sì, mi contraddico (sono vasto, contengo moltitudini)”

Difficile immaginare un verso più adatto a descrivere una figura imprendibile come quella di Dylan che al suo interno, proprio come nelle sue canzoni, contiene tutto e il “contrario” di tutto, in un continuo gioco di rimandi e possibili interpretazioni che si intrecciano a distanza. Tentare di decifrare i suoi testi e la sua figura è come entrare in un labirinto di specchi di cui è quasi impossibile trovare l’uscita. Bob Dylan non è mai dove pensi che sia, ma sempre un passo avanti e se provi ad afferrarlo lui non è già più lì. I’m Not There cantava, infatti, in un vecchio inedito, risalente ai Basement Tapes del ‘67, diventato poi anche il titolo del biobic di Todd Haynes in cui Dylan viene interpretato da ben sei diversi attori-personaggi in cerca di (un) autore che non potremo mai cogliere nella sua interezza.

Tra le tante anime contradditorie che vagano fra le stanze di I Contain Multitudes ci sono il Cuore rivelatore di Edgar Allan Poe, La Cadillac rossa e i baffi neri di Warren Smith,  I giovani damerini di David Bowie, le Songs of experience di William Blake, il coraggio rinchiuso in una stanza di Anna Frank (storico, doloroso e reale), quello libero di volare su una liana di Indiana Jones (finto, pop e avventuroso), quello spregiudicato della musica rock dei Rolling Stones ma anche della musica classica di Beethoven e Chopin,  il viale del crimine di Edith Piaf e la poesia vagabonda dell’ultimo bardo errante irlandese Antoine Ó Raifteirí – di cui si cita una vecchia poesia gaelica, “The Lass from Bally-na-Lee”,  nei versi iniziali. Tutto questo in un unico quadro disegnato sulle poche note rarefatte di una ballata senza tempo, quasi come una nebbia che si stende e distende su un letto in cui la vita e la morte dormono insieme.

Come ha dichiarato lo stesso Dylan al New York Times nella sua unica intervista rilasciata prima dell’uscita dell’album: “è uno di quei casi in cui accumuli un flusso di coscienza […] uno di quei pezzi che scrivi d’istinto, come in una sorta di stato di trance. La maggior parte delle mie canzoni recenti sono così”.

E siamo solo all’inizio.

Addentrandoci ulteriormente nella selva oscura del disco rischiamo veramente di perderci o di perderne il senso, se non addirittura di perdere il senno o quantomeno il sonno. Conviene quindi seguire il suggerimento che dà Dylan nella stessa intervista di cui sopra quando invita a non soffermarsi troppo sulle singole citazioni:

“I nomi in sé non sono solitari. È la loro combinazione che dà vita a qualcosa che vale più delle singole parti. Scendere troppo nei dettagli è irrilevante. La canzone è come un dipinto, non puoi vederlo tutto insieme se sei troppo vicino. I singoli pezzi sono solo una parte del tutto”.

 

FALSO PROFETA – Ancora più complesso e imperscrutabile è il quadro dipinto dal brano successivo False Prophet, scelto come terzo singolo e accompagnato, non a caso, proprio da un’immagine di copertina portatrice di nuovi significati (e quindi di ulteriori dubbi).

Si tratta della copertina modificata di un vecchio magazine pulp del ‘42 che aveva come protagonista un oscuro giustiziere, “The Shadow” (l’uomo ombra). Nella rivisitazione dylaniana, la foto raffigura uno scheletro vestito da sposo con la siringa in mano e dietro di lui un’ombra non corrispondente, in cui si vede qualcuno impiccato: una duplice immagine, nella quale si può scorgere il volto di un diavolo che guarda di fronte o quello di un uomo rivolto verso il basso. Secondo alcuni si tratterebbe di Trump e conoscendo Bob l’associazione non sarebbe poi così azzardata. Ma, in realtà, anche leggendo il testo non ci è dato sapere chi “diavolo” sia questo falso profeta. Di sicuro non è Bob, che giocando nuovamente con la percezione della sua figura (spesso assimilata proprio a quella di un profeta) lo ribadisce più volte con alcuni dei versi più affascinanti e carichi di mistero di tutto l’album:

Non sono un falso profeta, so quel che so
Vado dove soltanto le persone sole possono andare
Non sono quello che il mio aspetto di spettro suggerisce,
non sono un falso profeta, ho solo detto quel che ho detto
sono qui a portar vendetta sopra qualche testa
Non sono un falso profeta, no, non sono la sposa di nessuno
Non ricordo quando sono nato
E ho dimenticato quando sono morto

A dispetto delle immagini spettrali il suono di False Prophet si discosta da quello del singolo precedente e lo riporta alle radici del blues più sporco e infernale, quello nato al famoso incrocio in cui Robert Johnson fece il suo patto col diavolo. Siamo nei territori dylaniani di Wife’s Home Town (da Together Through Life del 2009) o di Early Roman Kings (da Tempest del 2012) – ma come i più attenti hanno già fatto notare, si tratta in realtà di uno dei classici “furti dichiarati” alla Bob Dylan, che non ha mai nascosto questo suo modus operandi e che qui riprende un brano misconosciuto del 1954 di Billy “The Kid” Emerson, “If Lovin’ Is Believing, appropriandosene a modo suo.

Non ci addentriamo ulteriormente nelle altre citazioni del brano: vi basti sapere che come dice in un altro verso memorabile ancora una volta Bob ha aperto il suo cuore al mondo e il mondo ci è crollato dentro.

 

MY OWN VERSION OF YOU – Nel terzo brano in scaletta – My Own Version Of You –  questo lato un po’ più pulp dell’album cala come un’ombra virando verso atmosfere che lambiscono sia l’horror che il noir. Qui la chitarra acustica incede come un investigatore privato sui passi di un dottor Frankenstein “romantico” (o idealista?) alla disperata ricerca di pezzi di corpi con cui costruire la sua versione dell’amante perduta:

Ho visitato obitori e monasteri
Alla ricerca delle parti del corpo necessarie
Arti e fegati e cervelli e cuori
Darò vita a qualcuno, è quello che voglio fare
Voglio creare la mia versione di te

Ma siccome le cose non sono mai quelle che sembrano, a un certo punto la canzone sembra slittare di significato passando dalla (ri)costruzione di una singola persona amata a quella di tutta l’umanità: un nuovo mondo da ricucire con il buon senso in sostituzione di uno martoriato dalle ferite della violenza della storia – dalla schiavitù degli abitanti di Troia alle Crociate, fino alla nascita degli Stati Uniti con lo sterminio dei nativi e l’importazione di nuovi schiavi dall’Africa. La base, cioè, di un razzismo che non siamo ancora riusciti ad estirpare e che proprio negli ultimi mesi è tornato tristemente di attualità.

Come sempre Dylan non fornisce tutte le risposte, ma quanto meno si pone le domande giuste:

Vedo la storia di tutta la razza umana
E’ tutta lì, scolpita sulla tua faccia
Dovrei rompere tutto? Dovrei cadere in ginocchio?
C’è luce alla fine del tunnel, puoi dirmelo, per favore?

Non sono esattamente le stesse domande che ci siamo posti negli ultimi giorni?

Tra le tante altre Dylan si chiede anche “che cosa farebbe Giulio Cesare?” e “cosa significa essere o non essere?”,  lasciando così aleggiare il fantasma dell’Amleto di Shakespeare che verrà ripreso più avanti. Alla domanda sul dittatore romano, invece, risponderà addirittura con una canzone intera, o meglio con un altro blues intriso di sangue, intitolato Crossing The Rubicon, in memoria dell’evento che nel 49 a.c. fu punto di non ritorno della storia scatenando la guerra civile romana da cui poi sarebbe nato il futuro impero.

Sono, dunque, queste le maniere rozze e turbolente del titolo? Le violenze perpetrate dal genere umano nel corso della storia? Molto probabilmente sì. Del resto c’è un alone di morte che incombe in quasi tutte le ballate dell’album,  come se l’umanità stesse andando incontro all’apocalisse o in qualche modo ci fosse già dentro. In My own Version of You ci si dà appuntamento alla “Locanda del Cavaliere Nero” sull’Armageddon Street nel giorno del giudizio, mentre in Black Rider  il nome della locanda diventa una figura vera e propria, presagio di una fine imminente:

Black rider, black rider, tell me when, tell me how
If there ever was a time, then let it be now

Persino in una ballata dalla tenerezza malinconica infinita come I’ve Made Up My Mind To Give Myself To You –  in cui riecheggia l’eco della Barcarola di Offenbach e che sembrerebbe a tutti gli effetti una canzone d’amore dentro la quale è impossibile non affondare come il Titanic – la morte emerge da più parti (“Lot of people gone/lot of people I knew “ e “I saw the first fall of snow/I saw the flowers come and go”) come i corpi dell’equipaggio, mentre l’orchestra della nave continua a suonare.

Come già accaduto in Tempest, Dylan non ci lascia molte cose a cui aggrapparci: le scialuppe di salvataggio sono poche e non bastano per tutti.

Rimane forse quella old time religion in cui continua a credere fermamente, ovvero la religione del blues a cui rende ancora omaggio con il terzo ed ultimo blues dell’album dedicato al grande Jimmy Reed (Goodbye Jimmy Reed).

Rimangono, poi, le muse invocate come ispiratrici delle arti dai poeti della storia e qui anche da Dylan che in Mother Of Muses si rivolge direttamente alla loro madre Mnemosine – colei che detiene la memoria – chiedendole di mostragli la strada:

Madre delle muse, scatena la tua ira
Le cose che non riesco a vedere bloccano il mio cammino
Mostrami la tua saggezza, dimmi il mio destino
Rimettimi in piedi, fammi camminare dritto

Rimane soprattutto Calliope – la musa della poesia epica invocata da Omero nell’Iliade e nell’Odissea, ma anche da Dante nella Divina Commedia – di cui Dylan si sta innamorando, colei che forse lo spinge a cantare i grandi generali del passato che “hanno preparato la strada per Elvis e Martin Luther King”.

 

KEY WEST (PHILOSOPHER PIRATE) – Rimane alla fine un solo posto dove andare. Un posto dove puoi contemplare, se non addirittura compenetrare, la natura e pensare all’immortalità.

Quel posto si chiama Key West, il punto più a sud di tutti gli Stati Uniti, già luogo di rifugio di Hemingway e Tennesse Williams, corrispondente mentale ipotetico del Big Sur della California cantato da Kerouac, parente musicale non troppo lontano delle Highlands di Time Out Of Mind, a 3 miglia di distanza dal purgatorio e a un passo dall’aldilà. Key West è la fine di un viaggio senza fine, una stazione radio pirata che continua a trasmettere dall’ultima linea dell’orizzonte e per questo ultimo approdo dei pirati filosofi come Bob:

Key West is the place to be
If you’re looking for immortality
Key West is the gateway key
To innocence and purity

 

MURDER MOST FOUL – Ma fuori da tutto – al punto da meritare quasi una recensione a sé stante – rimane un ultimo brano che li racchiude tutti quanti fuori dal tempo, dallo spazio, dalla vita e dalla morte e che, anche all’interno del CD fisico, infatti, si trova“fuori”, cioè su un disco a parte.

Il brano, intitolato Murder Most Foul  aka “Il delitto più efferato”, cita nel titolo una scena chiave dell’Amleto di Shakespeare in cui il fantasma del padre spiega come è stato assassinato – dando così il via allo sviluppo di tutta la vicenda e al famoso dubbio amletico “essere o non essere?” che nella sostanza qui si traduce in “uccidere o non uccidere?”. Il testo, invece, parla – sia concretamente che metaforicamente – di un altro omicidio importante dal valore altamente simbolico, ovvero quello di John Fitzgerald Kennedy: un evento che nelle parole di Dylan “ha lacerato l’anima di una nazionee “dato inizio a una lenta decadenza”.  Ma come sempre si tratta solo di un punto di partenza per approdare altrove; tutto il testo, infatti, si basa effettivamente sulla descrizione di quei tragici momenti, ma a poco a poco questi si intrecciano sempre di più con la storia della cultura popolare americana e in particolare con quella della canzone: c’è l’arrivo dei Beatles, l’estate dell’amore, Woodstock, la tragedia di Altamont, più tutta una lunga serie di citazioni musicali e di rimandi, a volte difficili da cogliere, proprio come il mistero che avvolge la vicenda principale, il più grande trucco di magia mai fatto alla luce del sole.  Alcuni esempi? La Patsy Cline di Crazy che diventa anche il capro espiatorio (“patsy” in slang) di Oswald (l’uomo che fu dichiarato unico colpevole dell’omicidio) oppure la Queen of Acid degli Who che potrebbe riferirsi alla presunta “amante psichedelica” del Presidente – Mary Pinchot Mayer – misteriosamente uccisa nel 64… E avanti così lungo un’autostrada di momenti che si intrecciano sempre di più con i titoli delle canzoni e i nomi dei relativi artisti che hanno fatto la storia del rock’n’roll, del rhythm and blues e del jazz (ma anche della musica classica e del cinema hollywoodiano), fino ad arrivare al punto in cui Dylan invoca l’ululato di un lupo solitario, che altri non è che il mitico Wolfman Jack (storico dj americano, nonché voce narrante del film American Graffiti).

A lui Dylan chiede di mettere su, canzone dopo canzone, artista dopo artista (perché “tutti i songwriter sono anelli di una catena” diceva Pete Seeger) una lunghissima playlist dell’apocalisse, cantata a mo’ di preghiera (play me a song, Mr Wolfman Jack / play it for me in my long Cadillac) per lenire le nostre sofferenze grazie a un altro trucco rappresentato non solo dal potere, ma soprattutto dal mistero insondabile della musica. Questo, almeno, secondo quella che è l’interpretazione più luminosa e quotata. Per altri invece Dylan ci sta dicendo che la sua generazione (e quella dei suoi fan) si è fatta distrarre dalle canzoni (e dalla cultura popolare in generale) senza accorgersi degli omicidi e della spirale di violenza in cui è precipitata la società in cui viviamo oggi. Nessuno sa quale sia l’interpretazione corretta, ma come sempre la risposta sta soffiando nel vento.

Dal punto di vista musicale siamo di fronte alla canzone più lunga mai scritta da Bob Dylan, 16 minuti e 54 secondi di litania adagiata su un lento sussurro di pianoforte, percussioni e violino, con la voce di Dylan che spicca a metà strada tra il canto e la recitazione, come a voler incarnare la moltitudine degli aedi che hanno narrato i poemi omerici nell’antica Grecia. Un viaggio metaforico di un moderno Ulisse che è al tempo stesso ritorno e continua ricerca (cos’è la verità? E dove se n’è andata?), ma anche un lungo assedio che dalle ingiustizie del passato arriva a quelle del presente. Come ha dichiarato lo stesso Dylan: Per me non è un pezzo nostalgico. Non vedo Murder Most Foul come una glorificazione del passato o come una specie di commiato da un’età perduta. È un pezzo che mi parla qui, nel presente. Ed è sempre stato così, soprattutto quando scrivevo il testo”.

È una canzone che in un certo senso rappresenta sia l’inizio che la fine dell’album e di questo viaggio. Si tratta, infatti, dell’ultima canzone, ma anche del primo singolo pubblicato a sorpresa il 26 marzo scorso nel bel mezzo della pandemia. Uno di quei rari momenti che ci ricorderemo per sempre e che per gli americani deve aver avuto una valenza simbolica ancora più forte.

Proviamo per un attimo a immedesimarci.

Nel giorno in cui gli Stati Uniti diventano il primo paese al mondo per numero di contagi – con alla guida del paese uno dei presidenti peggiori della loro storia – Dylan rompe un silenzio che durava da 8 anni e se ne viene fuori dal nulla con la sua canzone più lunga mai scritta (chissà dove e chissà quando) che parla dell’assassinio del loro presidente più amato, ma anche di un sacco di altre cose, attraversando più di 50 anni di storia e di musica per arrivare fino alla fragilità del nostro presente.

Il pezzo, è vero, dura quasi 17 minuti, ma come dicevamo è fuori dal tempo: per postarlo tutto su Instagram ci vorrebbero 68 storie, per raccontare tutte quelle che ci sono dentro, invece, non basterebbe una vita intera.

Qui trovate una delle playlist più accurate, tra le tante che sono comparse in rete, con dentro più di 70 canzoni citate nel testo:

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