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Briga

Briga adesso scommette su se stesso

“Tra due ore e mezza risorge il cantautorato italiano”. Questo il tweet di Briga a poche ore dall’uscita di “Che cosa ci siamo fatti”. Ho ripercorso gli ultimi anni, alla ricerca di una constatazione di decesso del cantautorato italiano che, per mia fortuna, non ho trovato; nessun Storia di un impiegato, né Rimmel, nell’ultimo decennio, ma mi è bastato guardare le mie copie di Acrobati e Una somma di piccole cose lì a perorare la mia causa.

briga-che-cosa-ci-siamo-fattiTweet a parte, Che cosa ci siamo fatti, in effetti, strappa a Briga l’etichetta di rapper e lo ripropone al pubblico in una maniera inedita, ma nemmeno troppo: sin dagli esordi, e mi riferisco al periodo antecedente ad Amici, era evidente una certa predilezione per la melodia, si guardi ad esempio a Le stesse molecole e Sei di mattina, o alla successiva Dicembre Roma; tutte prove di un rodaggio in corso, conclusosi con la pubblicazione di questo album.

Il disco è composto da dodici tracce, più cinque 1st take, e risulta coerente dall’inizio alla fine, soprattutto nei suoni. Ma è proprio questa ostinata coerenza che potrebbe generare un senso di smarrimento a cui è difficile sfuggire, col rischio che i pezzi si susseguano senza colpire particolarmente l’ascoltatore assorto. Rischio calcolato, a quanto pare, visto che proprio nel mezzo troviamo due brani che, per caratteristiche, smuovono l’attenzione e si candidano ad essere i più importanti di tutto il lavoro, insieme alla riuscitissima title track: Mi viene da ridere/Trastevere è il primo sussulto, un pezzo fresco dove chitarra e tamburello rompono l’egemonia del pianoforte. Overlay è il secondo. Il pezzo è in pieno stile Subsonica, a testimonianza del lavoro di Boosta nella produzione dell’album.

In chiusura, torniamo al tweet e lo facciamo per sostituire il concetto di resurrezione con quello di riproposizione: quello di Briga è più simile, per testi, eccezion fatta per alcuni, ad un disco dei primi Duemila, di quelli votati al pop – e ci tengo a sottolineare quanto questo non sia affatto sinonimo di banalità, quanto di immagini e situazioni – rivisitato in salsa cantautorale. Un lavoro coraggioso che segna la chiusura col Briga di In rotta per perdere te e con la versione ibrida di Talento, sebbene resti comunque facilmente riscontrabile la cifra stilistica di chi, anche se per un periodo di tempo davvero limitato, ha conosciuto davvero l’underground.

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