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La dichiarazione d’indipendenza dei Bring Me The Horizon

“Nel bene o nel male, purché se ne parli”, diceva il saggio. Di certo sono settimane, se non mesi, che si fa tanto discutere di amo, la sesta fatica in studio dei Bring Me the Horizon. Chi conosce la storia della band di Sheffield, sa benissimo che i Nostri hanno attirato critiche a ragione più o meno veduta fin dagli esordi, ponendosi con un atteggiamento a cui i puristi del rock duro e puro hanno sempre guardato con orrore e rabbia.
Con la pubblicazione di Sempiternal nel 2013, Oli Sykes e soci hanno riscritto le regole del metalcore, codificando il proprio sound e posizionandosi definitivamente in cima alla catena alimentare del genere. Ma non era abbastanza. Già That’s the Spirit (2015) ha proiettato i ragazzi in una nuova dimensione e verso un pubblico, ancora una volta, completamente diverso.

Con amo la trasformazione sembrerebbe di primo acchito del tutto radicale, a partire dal cambio di look della formazione, qualcosa di epocale rispetto alla frange e alle canotte slabbrate a cui la band ci aveva da sempre abituato. I nuovi brani flirtano con il pop (mother tongue), la dark wave (nihilist blues, in cui compare Grimes), l’alternative pop (medicine)e l’electro pop (in the dark). Certo, ci sono ancora chiari segni del passato propriamente alt-metal del combo (leggere alla voce wonderful life e Mantra, nominata peraltro ai prossimi Grammy Awards nella categoria Best Rock Song), palesemente preso in giro in heavy metal e ridicolizzato in sugar honey ice & tea, ma sono paradossalmente gli episodi che più si discostano dagli esordi a risultare i più riusciti (vedi la già citata nihilist blues).

amo, in questo tripudio di generi e influenze, è un insieme di mondi a se stanti, quasi come se i Nostri ci fornissero uno spaccato dei propri ascolti quotidiani, ma in cui si paga la mancanza di una direzione precisa e univoca con la possibilità di comparire nel maggior numero possibile di playlist su Spotify. E di conseguenza, un’esposizione a un pubblico molto più ampio e generalista, in quello che è un modo di essere dannatamente al passo coi tempi e di cercare di rimanere rilevanti.

Il fatto che l’album (allo stesso modo di That’s the Spirit) sia stato prodotto da Oli Sykes e da Jordan Fish spiega il perché di questa estrema varietà e il motivo di alcune scelte stilistiche. Se da un lato il cantante ha tradotto in musica la sua tempesta emotiva degli ultimi anni, dipingendo tutte le sfumature dell’amore nei suoi testi, dall’altra il tastierista con il suo operato è diventato sempre più fondamentale nell’economia di una band in cui, ormai, sembra esserci qualche strumento di troppo.

Il coraggio non è mai mancato ai Nostri, oltre alla pianificazione attenta che ha portato una formazione poco più che interessante a diventare un peso massimo contemporaneo della scena rock mondiale. La critica internazionale sta accostando il percorso dei BMTH a quello dei Linkin Park dell’epoca A Thousand Suns. In pochi però si ricordano che, qualche anno dopo, Mike Shinoda e soci sono tornati a dominare di fronte a folle oceaniche grazie a un passo indietro verso le chitarre distorte (nel 2014 con The Hunting Party), invertendo completamente una rotta che sembrava tracciata e diretta senza mezzi termini verso il pop (come dimostrerà One More Light, sfortunato ultimo atto della band di Chester Bennington).

L’esperimento amo al momento sembra più fatto per far parlare di sé che per mettere in mostra composizioni particolarmente ispirate o qualitativamente eccelse (seguendo in questo la linea di un mercato che privilegia streaming e record momentanei). L’intrattenimento è qualcosa che certamente non manca all’ultimo album dei Nostri. Il dubbio è quanto questa formula potrà essere mantenuta da qui ai prossimi cinque anni.

Ciò che è certo è che amo è la dichiarazione di indipendenza dei Bring Me The Horizon, che si potrebbe parafrasare con “siamo talmente potenti che possiamo permetterci ogni cosa passi per la testa dei due leader della band”. Una presa di posizione che al tempo stesso suscita qualche legittimo quesito, visto che tutto sommato di pezzi davvero epocali ce ne sono pochi all’interno del disco. Per non parlare della curiosità nel capire come verrà riproposto dal vivo il nuovo materiale nelle sue espressioni maggiormente ricche di drop ed esperimenti elettronici. E soprattutto quale sarà il futuro della formazione in quanto tale.

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