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I tramonti di Bruce

«A jewel box of a record». Un gioiello. Così Bruce Springsteen ha definito il suo 19esimo album, Western Stars, in uscita il 14 giugno per Columbia Records. Il primo album di inediti (High Hopes del 2014 era un raccoltone) dopo Wrecking Ball del 2012 e un ritorno alle registrazioni da solista, che proiettano il boss in una nuova dimensione, che si era lasciato alle spalle da più di un decennio.

Western Stars, proprio per questo, potrebbe risultare spiazzante per i fan della prima ora del Boss. Ispirato – per stessa ammissione di Springsteen – dal pop della California del Sud degli anni ’60 e ’70 ed estremamente cinematografico (grazie ad arrangiamenti orchestrali che regalano respiro alle tracce e alle immagini dipinte dai testi), per molti versi Western Stars sembra un album che tira le somme.

Se non stessimo parlando del Boss, potremmo definirlo una sorta di album della maturità: un progetto riflessivo che si ciba – come è nel dna di Springsteen – di forti riferimenti statunitensi, di personaggi in equilibrio tra disperazione e rassegnazione, ma anche tra isolamento e ricerca di speranza e stabilità. Già dalla copertina assolata, si intravede l’intento di Springsteen di immergersi (e immergerci) in paesaggi tipicamente americani, anche se a tratti l’America che dipinge appare bucolica e stanca. Tremendamente reale. Proprio per questo, Western Stars alterna brani uptempo (come Sleepy Joe’s Café) ad arrangiamenti che spesso partono in modo essenziale (come in Chasin’ Wild Horses) per chiudersi con tappeti sonori aperti e orchestrali. Merito del lavoro del produttore Ron Aniello (già con Bruce nei suoi due precedenti album) e agli oltre 20 musicisti che hanno impreziosito le sonorità di Western Stars, dall’organista Charlie Giordano al moog e alla farfisa di Jon Brion.

Sono i testi, tuttavia, a delineare con implacabile decisione la direzione musicale del progetto, dando vita a un album riflessivo in cui Springsteen mantiene le sue radici spogliandosi però di numerose sovrastrutture sonore. Le ispirazioni, in breve, sono chiare ma Bruce le trasforma in una sorta di colonna sonora malinconica, in un viaggio che più che la strada sembra dipingerne i tramonti all’orizzonte e le mete apparentemente irraggiungibili.

«Drive fast, fall hard» canta non a caso Bruce in Drive Fast (The Stuntman). Un sunto quasi perfetto della filosofia di Western Stars, che parla di corse contro il tempo ma anche e soprattutto di crolli – emotivi e figurati – e di come ci si barcamena tra le ombre della vita che, forse, finiamo alla fine per accettare e abbracciare.

Anche se – ascoltando la movimentata Sundown – Bruce sembra rivelare tra i versi la sua implacabile verità. «Sundown ain’t the kind of place you want to be on your own». Quando il sole inizia a calare, è il momento di fare i conti con se stessi e con ciò che ci circonda. Western Stars, in fondo, altro non è che il particolarissimo ritratto di Springsteen incastonato in uno dei suoi «sundown», meno legato al contesto imminente e più aperto alla scoperta dei contorni disegnati dai luoghi a cui appartiene e dalle ombre stagliate sul viale del tramonto.

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