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I Cage The Elephant provano a unire vecchie e nuove generazioni

Il ritorno discografico dei Cage The Elephant con il nuovo album Social Cues è una buona notizia per il rock americano che sul gruppo del Kentucky ha puntato molto. In particolare la scommessa sta nel desiderio mai domo di trovare un anello di congiunzione tra la nutrita mitologia del rock classico e l’immenso bacino di nuove generazioni che si rischia di perdere in favore di altri lidi, sopratutto il rap.

Nella loro carriera ormai più che decennale i CTE hanno dimostrato sapersi sedere sulle rassicuranti spalle larghe di un substrato rock formato da mostri sacri quali Led Zeppelin, Pixies, ma anche Nirvana, Ramones e gli onnipresenti Beatles. Sanno però balzare in avanti verso realtà più contemporanee, accostandosi a gruppi come i Kasabian. Passati attraverso il tutorato di Dan Auerbach, cantante e compositore dei Black Keys, hanno oramai acquisito il gusto di masticare passato e rigurgitare contemporaneità.

Social Cues suona come una maturità certificata di quest’attitudine. E’ evidente, percorrendo le 13 tracce del disco, la loro metamorfosi compiuta tra un garage rock più sporco e viscerale a una costruzione sempre più rivolta al pop rock sofisticato. Un tono che rimane sempre misurato, dove l’unica concessione all’urlo rimane nell’iniziale Broken Boy. Ma già con la title track, con la suadente Night Running e con Ready To Go sono chiare le intenzioni di produrre un album appagante dal punto di vista sonoro, con una produzione mirata a non far emergere nessun elemento a discapito di un altro. Tutto si amalgama con la voce di Matthew Shultz: sia gli strumenti classici, sia un pizzico di elettronica, che i Cage The Elephant non si vergognano di usare per riempire un’atmosfera raffinata ma decisa.

Non mancano le sorprese: su House Of Glass i beat aumentano e sembra di ascoltare un pezzo di Tricky; gli archi, che accolgono la dolcezza beatlesiana di Love’s The Only Way. Dance Dance invece è il perfetto connubio tra rock contemporaneo alla Kasabian e classicismo alla Black Keys. Un pizzico di lenta e melliflua drammaticità in What I’m Becoming, un episodio abbastanza sperimentale con Tokyo Smoke e il saluto intenso di Goodbye, che più di tutte strizza l’occhio al pop, come termine di un viaggio annunciato la cui meta era chiara già dal principio.

L’ascolto completo di Social Cues è compatto, calibrato su un equilibrio costante tra immediatezza di tematiche e di suoni, il tutto lasciando solo presagire un bacino di riferimento che si rifà di tutta la cultura classica del genere. Non siamo di fronte alla rivoluzione del rock, ma l’appagante compromesso che si crea tra l’esigenza di accontentare il grande pubblico e di mostrare riconoscenza verso la storia del rock, è sicuramente gratificante.

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