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Caparezza fa ancora centro: Prisoner 709 è una gemma preziosa (e oscura)

Ci ha fatto aspettare tre anni ma, come sempre quando si parla di Caparezza, ne è valsa la pena. Il ritorno discografico di Michele Salvemini è l’ennesimo centro in una discografia arrivata oggi al settimo album in studio. Prisoner 709 (seven-o-nine detto all’inglese, oppure 7 o 9, in quanto 7 sono i dischi in studio pubblicati dai tempi di ?!, 9 se contiamo anche i due demo rilasciati nel periodo post-Mikimix) è, per dirla con le parole dell’autore, un album tematico che ha al centro Capa stesso, la sua forzata convivenza con l’acufene (che lo costringe in una sorta di carcere mentale, da qui i vari capitoli presenti in tracklist) e una personale idea di psicologia che si sviluppa in seguito alla sopraggiunta incapacità di riconoscere se stesso. Un lavoro decisamente sofferto e spesso anche oscuro, che inquadra in 16 capitoli la cristallizzazione di un periodo di vita affatto semplice.

caparezza-prisoner-709-copertinaUn disco che, a livello di sound, affonda le radici nel crossover anni ottanta. Si rinnova la collaborazione con Chris Lord-Alge, in quella che è una produzione ancora più vintage rispetto al già ottimo Museica. Il featuring con DMC in Forever Jung porta con la mente nei ghetti con tanto di boombox del tempo che fu; chitarre, basso e batteria iper compresse, valorizzano in modo esagerato uno dei brani maggiormente fuori dal tempo che vi potrà capitare ascoltare oggigiorno. Ma non c’è solo lo storico MC tra gli ospiti del cd. Max Gazzè e un eccellente John De Leo donano profondità e sperimentazioni aggiuntive in pezzi già abbastanza “rischiosi”. Il primo appare in Migliora la tua memoria con un click, dove l’elettronica domina pur essendo minimale, mentre il secondo rende ancora più oscure opener e l’inquietante Minimoog.

Ritroviamo i ritmi più rock e sostenuti in Il testo che avrei voluto scrivere e L’uomo che premette (anche se non raggiungiamo i sublimi livelli simil metalcore di Argenti vive), aperture più “facilmente commerciabili” in Ti farà stare bene (“Snobbo le firme perchè faccio musica non defilè (…) questa canzone è un po’ troppo da radio sti cazzi finchè ti farà stare bene”) e Una chiave, oltre all’alternative rap più canonico e contemporaneo come in L’infinto e Sogno di potere (memorabile il passaggio “Io sono come un ladro al Brico, frega una sega” / “Se mi dicono il popolo intero c’ha fame, rispondo mi spiace però almeno c’è l’arte”). Da citare anche le pulsioni electro funk in Larsen e nella conclusiva Prosopagno sia!, cercando di non dilungarci ulteriormente parlando degli infiniti spunti relativi alla squisita qualità musicale interna a Prisoner 709.

Se da un lato tre anni di pausa tra una pubblicazione e l’altra non sono poi così tanti, risultano essere un’eternità per quanto successo nel panorama musicale italiano dall’uscita di Museica a oggi. Caparezza potrà suonare come un dinosauro presso chi ascolta le hit del mese su Spotify, semmai (tentando di identificare un’audience non troppo antiquata per questo album) potrebbe forse risultare affine a chi apprezza Salmo e i prodotti della Machete. L’affermarsi di trap, l’appiattimento ripetitivo dell’hip hop, l’imposizione forzata di brani terrificanti spacciati per tormentoni estivi con un presunto recupero di sonorità ottantiane, sono i nemici numero uno di chi concepisce ancora la musica come un’arte. Caparezza fortunatamente prosegue il proprio (indiscutibile) percorso artistico senza incertezze, anzi aggiungendo anche un passaggio oscuro a una serie di lavori differenti e allo stesso tempo perfettamente riconoscibili.

Uno dei migliori dischi dell’anno e una dichiarazione di indipendenza dalle logiche del mercato (“Gli album devono esistere, non devono piacere” ne è summa efficacissima) che non potrà passare inascoltata a chi cercava disperatamente un’ancora a cui aggrapparsi in un oceano di musica plastificata e informe.

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