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I Code Orange sono la next big thing dell’alternative pesante

Sono passati circa tre anni da Forever, terzo disco dei giovanissimi Code Orange e debutto con Roadrunner Records, un’opera attorno alla quale nelle settimane precedenti la pubblicazione l’attesa e l’aspettativa erano davvero alle stelle, quasi al livello di uscite discografiche di formazioni decisamente più storiche.

Da allora, nonostante 36 mesi nell’arco di una vita umana siano relativamente pochi, per la band composta da Eric “Shade” Balderose, Reba Meyers, Jami Morgan, Joe Goldman e Dominic Landolina il mondo si è capovolto, ma in senso positivo per una volta. Tour estenuanti in tutto il globo, ma soprattutto l’EP The Hurt Will Go On, in cui compare Corey Taylor per un featuring in The Hunt, la nomination ai Grammy Awards 2018 nella categoria Best Metal Perfomance e per finire l’esposizione mediatica del singolo Let Me In, come theme song del wrestler WWE The Fiend, hanno portato i Code Orange a uno status che questi quattro ragazzi di Pittsburgh non avrebbero mai immaginato, neanche nei loro sogni più selvaggi.

Molto difficile quindi arrivare alla quarta fatica in studio con l’ansia da prestazione dopo un’impennata di successo e visibilità del genere. Ma per fortuna, non è il caso dei Nostri e di Underneath. Proseguendo sulla strada già tracciata da Forever, i Code Orange dimostrano di avere le idee sempre molto chiare e una direzione ben precisa in testa, sebbene, alla lunga, questa coerenza possa tradursi in ripetitività.

Ed è proprio questo l’unico difetto (se proprio dobbiamo trovarne uno) dell’ultimo lavoro del combo d’oltreoceano, che merita un ascolto attento e approfondito fin dalle suggestioni noise e industrial dell’intro (deeperthanbefore), in cui sia il titolo che il sound lasciano intendere la direzione sia musicale che tematica dell’intero full-length. Underneath, come suggerisce la parola stessa, scava a fondo sotto la superficie, portando alla luce il lato più cupo e oscuro dell’esistenza, che spesso si cerca di tenere nascosto persino a se stessi sotto una coltre di maschere.

L’andamento singhiozzante e meccanico di Swallowing the Rabbit Whole o You and You Alone, in bilico tra energia muscolare ed eco tetre, si bilanciano alla perfezione con pezzi come In Fear, in cui si apre uno spiraglio di melodia ad opera della chitarrista e cantante Reba Meyers, nonostante le radici primarie siano sempre e comunque di estrazione hardcore (e sebbene ancora una volta l’influenza dei Full Of Hell, band grindcore con cui i Code Orange hanno condiviso uno split nel 2012, si faccia sentire con prepotenza).

Anche quando i Nostri tirano il fiato (vedi la quasi “Garbage-iana” Who I Am) il feeling rimane plumbeo e pessimista. Le vere perle di Underneath sono Sulfur Surrounding, summa perfetta delle molteplici nature e ispirazioni del quintetto, e le incursioni nell’alternative spinto alla Alice In Chains di Autumn and Carbine.

Con la loro ultima fatica, i Code Orange provano di non essere solo la “next big thing” dell’alternative metal contemporaneo, ma dimostrano di meritare ancora una volta le attenzioni che hanno ricevuto e che continueranno ad attirare su di sé negli anni a venire, potendo contare non solo sull’hype, ma su una realtà solida benché giovane.

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