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L’EP Kaleidoscope sancisce l’assoluta libertà dei Coldplay

Cosa hanno significato i colori nella carriera dei Coldplay? A giudizio di chi scrive, molto. Trovo che ci sia una corrispondenza straordinariamente precisa tra l’evoluzione musicale della band londinese e le copertine delle loro pubblicazioni.

coldplay-kaleidoscope-recensionePensate ai primi Parachutes, A Rush Of Blood To The Head e X&Y: cover quasi monocromatiche, che puntano tutto su bianco e nero (in parte blu, viste le diverse versioni di X&Y) e un’immagine centrata a comunicare ordine. Viva La Vida (nel 2008) infrange questo schema, cambia le regole musicali e oltretutto si apre con un pezzo intitolato Life In Technicolor.
Il successivo Mylo Xyloto esagera, proponendo graffiti coloratissimi e una scritta in sovrimpressione imbarazzante (non mi ritengo un esperto di grafica, ma credo che a livello artistico sia il punto più basso della loro discografia). Quella che sembrava una escalation implacabile viene interrotta all’improvviso dal cupo (anche e soprattutto musicalmente) Ghost Stories, che presenta due ali d’angelo bianche incastrate tra l’oceano e il cielo blu.
Il resto è storia recente: la rivincita dei colori in A Head Full Of Dreams arriva inequivocabile con un caleidoscopio, che ora è diventato anche un e.p. che “accompagna” l’ultimo disco.

Non voglio nascondermi: le mie preferenze personali pendono nettamente a favore dei Coldplay monocromatici. Lungi da me recitare la parte del fan della vecchia guardia che si sente “tradito” da un Chris Martin che prima sapeva fare lo sfigato come nessuno e adesso invece è una superstar; credo però che gli album dalla copertina “monocromatica” siano emotivamente più incisivi e stilisticamente più inquadrati di quelli che si presentano con un tripudio di colori. Il campanello di allarme che avevo fatto finta di non sentire in Viva La Vida – un lavoro che definire brutto sarebbe l’equivalente di una bestemmia – ha risuonato forte e chiaro da Mylo Xyloto in poi, che non a caso ospita per la prima volta una una popstar (Rihanna) e si avvale dei primi remix ad opera dei vari Tiesto e Swedish House Mafia, preludio alla collaborazione con Avicii (quella splendida A Sky Full Of Stars che in tutta onestà avrei preferito fosse presentata come Avicii feat. Chris Martin piuttosto che come un pezzo dei Coldplay).

Kaleidoscope ha rischiato di sgretolare la mia teoria delle copertine variopinte. Perchè All I Can Think About Is You (oltre a farmi pensare ai Massive Attack di Teardrop per via della ritmica) è un pezzo perfetto. Parte intimo, ma con il passare dei minuti si dispiega in tutta la sua potenza. È confezionato ad arte (a mio avviso uno degli arrangiamenti più riusciti degli ultimi Coldplay). E soprattutto ti va a colpire proprio lì, dove pensi di potere tenere nascoste le emozioni.
Hypnotised – con quell’incedere sognante – potrebbe tranquillamente essere un outtake di Ghost Stories; ascoltandolo ho riassaporato una libertà stilistica sincera – l’esatto contrario della sensazione di artificiosità che mi aveva lasciato A Head Full Of Dreams.

Sfortunatamente A L I E N S non mi ha incantato (mi pare la classica canzone “standard”, che se ne sta lì buona buona senza alti e bassi), e non riesco ancora a metabolizzare il fatto di avere ascoltato un pezzo dei Coldplay con un intermezzo rap (sto parlando del featuring di Big Sean nella banalotta Miracles). Something Just Like This non fa una grinza considerando il percorso intrapreso dai nostri: la mossa di aggiudicarsi il duo che è riuscito a portare a galla una deriva dance che aveva proprio bisogno di un alfiere in grado di sfoggiare un’invidiabile scrittura pop abbinandola a sonorità fresche è azzeccata. Il pezzo risplende di luce propria, è una bastardata che tocca le corde giuste e provoca assuefazione; insomma, funziona – anche dal vivo.

Nelle intenzioni della band questo EP si presenta come un’appendice di A Head Full Of Dreams; e ora, cosa succederà? Teoricamente – e forse anche giustamente – i Coldplay possono fare tutto quello che vogliono. Elettronica, rock, dance o funky pop? Brani da gustarsi in cameretta, da urlare allo stadio o da ballare in discoteca? Non importa, non è questo il problema. Sono pronto a riconsiderare la mia legge non scritta delle cover: copertine multicolore o a tinta unita, l’importante è che quando parleranno le note a vincere non sia l’indifferenza di fronte a pezzi troppo calcolati, ma le emozioni che solo la spontaneità è in grado di farti provare.

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