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Il nuovo album di Dan Auerbach è un irresistibile esercizio di stile

Dan Auerbach è uno dei pochi artisti contemporanei ad essere talmente potenti da potersi autoprodurre praticamente qualunque cosa. Lo dimostra con questo nuovo album solista, Waiting on a Song, che arriva a otto anni dal precedente Keep It Hid e si pone come un capitolo assolutamente unico nella sua già ricca carriera, tra i riflettori dei Black Keys e le scampagnate dei The Arcs.

Una posizione privilegiata la sua. Infatti fa quello che gli pare, lo fa quasi in maniera sterile, fine a se stessa, ma lo fa dannatamente bene. Il tutto rinnegando il mercato discografico e le sue logiche. Quanti altri al giorno d’oggi sono in grado di farlo, facendo pure parlare bene di sé? Eccetto forse Ryan Adams, che nel 2015 decise di prodursi un eccezionale disco di cover track-by-track di 1989 di Taylor Swift, restano ben pochi paragoni.
Il nostro Dan, non avendo probabilmente una simile passione per i dischi pop di quest’anno, preferisce andarsene a Nashville – la sua Mecca – e, giocando l’asso pigliatutto, chiamare a raccolta gli amici giusti, tra cui John Prine, Duane Eddy e Mark Knopfler. Con questo squadrone scrive e registra in presa diretta un lotto di dieci brani che rappresenta un irresistibile concentrato di blues, folk, country e rockabilly. Ogni pezzo è posizionato nel mosaico con precisione certosina, come se dalla giusta collocazione di ogni componente dipendesse la stessa giustificazione della release. “L’art pour l’art”, direbbe un bohemien. Un esercizio di stile, per di più prodotto con la sapienza di chi ha un gusto musicale smisurato, che pur non aggiungendo assolutamente nulla alla musica contemporanea (non avendone neanche la pretesa) riesce a regalare un distillato di anni Cinquanta / Sessanta / Settanta da far girare la testa ai palati più raffinati e ai critici alla disperata ricerca di chicche anacronistiche.

Certo, è ridicolmente facile parlare bene di un album paradossalmente ricercato e spontaneo come Waiting on a Song, ma con un minimo di onestà intellettuale possiamo anche ammettere che difficilmente avremo in futuro la voglia di riprendere in mano questo disco. Poiché l’appeal di un lavoro del genere finisce nel momento stesso in cui lo si colloca nella sua dimensione e lo si accetta per quello che è. In questo caso la fuga di un frontman di successo, che trova riparo tra le accoglienti braccia della propria città preferita e della sua impareggiabile musica.

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