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La distopica bellezza di American Utopia di David Byrne

L’arte è sempre stata il mezzo di comunicazione per eccellenza per esprimere idee. Anche, e soprattutto, quelle che spaziano in topic poco convenzionali. Negli ultimi tempi stiamo osservando un logoramento della nostra società, impotenti di fronte fatti e tragedie. Ed è proprio ora che stiamo assistendo ad un’esplosione di musica che grida, critica e contesta proprio questa società malata e sconfitta, soprattutto quella americana dell’epoca di Trump. Dai National, agli LCD Soundsystem fino a Moby, notoriamente in prima fila nelle lotte politico/sociali, in molti offrono la propria musica come striscione di protesta. Ma c’è chi ha fatto ben di più.

david-byrne-american-utopiaDavid Byrne. Lo conosciamo tutti (vero?): padre dei Talking Heads, dopo una carriera titanica anche come solista, rompe finalmente il suo silenzio artistico dopo ben quattrordici anni, lavorando con artisti del calibro di De La Soul, Snoop Doog, St.Vincent (con cui ha prodotto Love This Giant) e molti altri. American Utopia, uscito il 9 Marzo, ha dietro sé una storia molto interessante. Durante questi anni, tra i mille impegni artistici, Byrne ha ideato un progetto multimediale, Reasons to Be Cheerful: risultato di uno studio ed osservazione di ciò che sta accadendo nella nostra società: la disillusione, il pessimismo e la finta immagine americana del tutto è possibile, basta solo volerlo. Durante la talk di presentazione dell’album, Byrne ha detto che lo scopo del lavoro è dare un boost di ottimismo per ricordarci che c’è ancora qualcosa di buono.

American Utopia non è altro che una concretizzazione di tutto ciò: una raccolta di istantanee, commentate con frasi enigmatiche, ironia pungente, ed un’immensa sperimentazione melodica tipica di Byrne. Eccoci dunque a destreggiarci tra un’ondata improvvisa di elettronica di I Dance Like This – pezzo di apertura, i ritornelli super-pop e giri di basso da paura di Everybody’s Comes to my House (Cockroach might eat Mona Lisa / The Pope don’t mean shit to a dog / And elephants don’t read newspapers / the kiss of a chicken is hard ), composta a quattro mani con il suo amico di lunga data Brian Eno, le melodie esotiche di This Is That, per poi tornare verso suoni più riconducibili alla sua vecchia identità head-talkiana di Elsewhere o Doing The Right Thing.

Con la co-produzione di Eno e Rodaidh McDonald (XX, Horrors, Gil-Scott Heroin e tantissimi altri artisti della scena indie-rock), quest’album vanta una magistrale esecuzione musicale ed un ampissimo spettro melodico, navigando con scioltezza, senza confondere l’ascoltatore, tra la new-wave, l’afrobeat, l’indie, il rock e una spolverata di melodia etnica (Gasoline and Dirty Sheets soprattutto), rispecchiando perfettamente l’anima e la necessità di poliedricità di questo artista.

Testo di Martina Di Berardino

Voto Album:

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