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Il colpo di coda dei Dream Theater

Per il quattordicesimo album in studio i Dream Theater hanno deciso di ribadire un concetto fondamentale: sono i capi del progressive metal dagli anni novanta in poi, e non hanno alcuna intenzione di deporre lo scettro. Distance Over Time porta alle estreme conseguenze quanto già subodorato sul più che gradevole e sottovalutato self titled del 2013: pezzi non troppo lunghi, composizioni dirette e tavoletta pigiata in direzione “metal”, senza concessioni ai barocchismi del precedente (certamente ambizioso ma prolisso) The Astonishing e pochi fronzoli.

Tanta qualità, brani diretti e una tracklist che per omogeneità riesce a competere con i fasti del passato. John Petrucci è tornato a puntare sulla chitarra e sui riff di matrice heavy, in questo Fall Into Light è con ogni probabilità uno dei brani migliori pubblicati dai DT nel nuovo millennio. Mangini qui emerge a dovere, evitando di venire schiacciato da trigger troppo meccanici e dando sfoggio di una potenza esecutiva tutt’altro che scontata (ed era ora, visto che rimane tra i drummer più pazzeschi che siano mai passati in line-up con una band come gli Annihilator, ndr).

Hard & heavy dicevamo, ma anche qualche concessione a modernismi come quelli nelle strofe di Paralyzed, ai limiti del plagio dei Breaking Benjamin di Diary Of Jane. Richiami al passato (chi ha detto Metropolis Pt. II?) su Barstool Warrior e jam session vecchia maniera in S2N (Signal To Noise), dove Petrucci si esalta come non ancora sentito sull’album. Il pezzo è sicuramente un altro highlight e ben rappresenta la volontà dei Nostri di confezionare un prodotto immediato e nato in sala prove grazie alla collaborazione di tutti i musicisti.

Con At Wit’s End e Pale Blue Dot si torna in territori classicamente progressive per dare sollievo a chi non tollera che i Dream Theater compongano brani di scarsa durata. LaBrie si esalta nella prima, incidendo probabilmente la sua migliore prestazione dell’album. James non osa più su registri alti, punta meno sull’estensione e gioca spesso con i filtri per aggiungere pathos alla propria interpretazione. La seconda invece non avrebbe sfigurato su Train Of Thought (2003) visto il suo incedere monolitico e a tratti epico.

Out Of Reach è la ballad del disco, niente di paragonabile a quanto inciso dai ragazzi in passato ma un pezzo onesto che spezza l’assalto prima della chiusura con PBD e la bonus track Viper King, un divertissement che sa di Deep Purple e Thin Lizzy e inquadra bene lo spirito con cui i Theater hanno approcciato il nuovo album: un lavoro di gruppo, composto e registrato insieme senza spaccarsi il cervello per risultare il più complessi possibile. Le rock opera i Nostri le hanno già incise nei Novanta. Serviva una boccata di aria fresca che, a conti fatti, rappresenta con ogni probabilità il miglior album dei Dream dai primi anni Duemila a oggi (se non gradite Train Of Thought, salviamo almeno Six Degrees Of Inner Turbulence).

Cover story – Mark Maryanovich

Voto Album:

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