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Editors nuovo album 2018 concorso

Il nuovo album degli Editors non decolla mai

Negli ultimi anni, il traffico dati ha superato di gran lunga quello voce. Lo sanno bene le compagnie telefoniche che basano i propri maggiori guadagni sulla vendita di gigabyte per la connessione a internet. Lo sappiamo benissimo anche noi, generazione di connessi s-connessi rassegnata, ormai, all’idea di dover dipendere da uno smartphone tanto da trattarlo come una persona vera, arrivando ad attribuirne il decesso al primo 0% di batteria.

editors-violence-recensioneMeno rassegnato, almeno all’apparenza, è Tom Smith che con i suoi Editors ha voluto mettere al centro di tutto la connessione tra corpi, perché la rete avvicina chi è lontano ma rischia di allontanare chi è vicino a te. Ed è per questo motivo che nella copertina del nuovo disco Violence, che arriva a tre anni di distanza dal precedente In Dreams, troviamo tre corpi intrecciati e difficili da distinguere. L’album, anticipato dai singoli Magazine e Hallelujah (So low), contiene nove canzoni che la band britannica ha registrato tra il 2016 e il 2017. Per realizzare il loro sesto progetto discografico gli Editors hanno collaborato con il beatmaker Blanck Mass (membro dei Fuck Buttons) e, a disco finito, si sono confrontati con il produttore Leo Abrahams che gli ha aiutati a scremare i brani e a definire la scaletta.

L’intento degli Editors era quello di avvicinarsi maggiormente al pubblico di massa senza mai perdere del tutto la matrice dark che ha contraddistinto il gruppo in questi anni. E il risultato per certi versi li premia. L’album può essere ascoltato benissimo sia da chi ha avuto difficoltà ad apprezzare e digerire la musica della band britannica in passato, sia da chi è cresciuto con la voce di Tom Smith. Violence, infatti, è caratterizzato dai suoni spigolosi del rock alternativo ma anche da quelli più morbidi dell’elettronica.

Tuttavia sono più gli aspetti negativi di quelli positivi. Violence è come un sequel di un film che si lascia guardare anche se non hai visto il primo episodio. È come un rapporto umano che non decolla mai. Scontato. È un disco senza il guizzo vincente. Anche il tema centrale, per quanto sia da apprezzare si rivela tutto sommato poco brillante e originale. Il rischio banalità infatti è dietro l’angolo, perché, diciamolo pure, anche un bambino di cinque anni se alza la testa riesce ad accorgersi di come stanno le cose oggi.

Certo, non è tutto da buttare, i primi tre brani Cold, la già citata Hallelujah e la titletrack non passano di certo inosservati ma è la seconda parte, fatta di ballate e pezzi poco incisivi, a far scattare il campanello d’allarme. Perché Violence è un disco di transizione, verso il pop, senza data di scadenza con il rischio che non si compia mai. Un limbo che i fan della band difficilmente accetteranno ancora per molto tempo.

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