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Le tensioni sociali americane nel nuovo (bellissimo) album di Fantastic Negrito

Fantastic Negrito è la classica punta di un iceberg culturale che si espande sotto la superficie visibile con una massa enorme, e che affiora a noi con l’ultimo album Please Don’t Be Dead, una cavalcata che parte dal rock puro di Plastic Hamburger e finisce con il revisionismo verticale del funky puro di Bullshit Anthem.

Xavier Amin Dphrepaulezz è il nome che si nasconde dietro lo stravagante pseudonimo Fantastic Negrito e che noi italiani ricordavamo aprire i concerti di Chris Cornell nell’Higher Truth Tour del 2014. Del suo rapporto con Cornell arriveremo tra poco. Ora concentriamoci sulla figura di Xavier, voce di un patrimonio culturale e di un’energia sovversiva che percorre tutta la storia dell’America e che in periodi recentissimi ha avuto un picco di tensione allarmante.

Viviamo i tempi musicali di Childish Gambino (aka Donald Glover, regista musicista e cantante) che con This Is America ha raggiunto quasi quattrocento milioni di visualizzazioni su YouTube. C’è questa urgenza nel pubblico americano di ribellione, di distanza nei confronti di un’amministrazione che tra i vari difetti registra una insensibilità alle minoranze, a temi importanti nel tessuto sociale quali la detenzione di armi e la relativa violenza senza controllo. Ottavo di ben quattordici figli, Xavier ha sempre avuto la spinta propulsiva di uscire, di rompere la placenta di una restrizione culturale. Uscire e imporsi ma sempre portandosi dietro con orgoglio di appartenenza le caratteristiche delle sue radici afro, della sua sottocultura delle strade di Oakland, di un substrato dettato dalla sopravvivenza violenta e al di fuori delle regole.

Fantastic Negrito è un redivivo, uno che prima di essere un musicista è stato spacciatore, gangster di strada. Uno che ha visto la morte in faccia dopo un incidente stradale che gli ha portato tanta sofferenza, il coma e la riabilitazione. Tutto questo si ritrova nel suo album.

fantastic-negrito-please-dont-be-deadPlease Don’t Be Dead ha tutto in copertina: lo spiattellamento delle sue esperienze negative, la sua faccia nera che guarda piena di dolore la macchina fotografica da un letto di ospedale. Dal punto di vista musicale le undici tracce sono unite dall’unico comune denominatore della potenza razziale che scorre come lava fusa sotto ogni nota, animosità irresistibile che fa si che i pezzi siano spiccatamente diversi l’uno dall’altro ma elevati tutti alla medesima altezza qualitativa e energetica.

Le influenze sono varie, dalla granitica classicità rock & roll di Plastic Hamburger richiamante sapore Led Zeppeliniano, solo un poco contaminato dal funk/country alla Zack Brown Band, andando avanti con l’autoaffermazione Bad Guy Necessity dal ritornello soul irresistibile. Blues, caldo, nella ballata A Letter To Fear, dove la sua voce è capace di solcare pavimenti polverosi ma anche togliere le ragnatele dagli angoli alti del soffitto. Carica di tribale forza delle radici afro la ipnotica acustica di A Boy Named Andrew, la stramba Trasgender Bisquits, ruvida e sensuale nei versi con l’apertura liberatoria del melodico ritornello, continua con il mood ancestrale di The Suit That Won’t Come Off. Sembra quasi di sentire i Black Keys più ispirati in A Cold November Sweet, mentre il funky soul di The Duffer ci scaraventa in un’atmosfera da fine anni ’70.

Discorso particolare per Dark Windows. Il testo di questa bellissima ballata è dedicato alla sua amicizia con Chris Cornell. Parecchi sono i riferimenti alle sue canzoni, i cui titoli sono contestualizzati alle sue esperienze <<He fell on black days, he was always a good friend to me>> e <<The black hole in the sun that he wanted to come, would never wash away the pain we feel.>> E le parole “a volte un brutto sogno può strappare un buon uomo dal sonno nel mezzo della notte” sono riferite a quell’ultimo concerto a Detroit, a quello che successe nella maledetta camera d’albergo appena un’ora dopo lo show. Una canzone che gronda sangue nella sua bellezza, tra chitarra acustica, violini e ricordi dolorosi. Una botta inaspettata, anche se il titolo dell’album poteva far presagire qualcosa.

Un gospel da cantare a ritmo di battito di mani fa anticamera per il funk puro della finale Bullshit Anthem, in un album che a livello superficiale diverte e offre buonissima musica, ma che al di sotto delle sue trame musicali nasconde un fiume in piena che è l’America con le sue contraddizioni, disillusioni del suo sogno per antonomasia: le catene e i muri, le divisioni, la polvere da sparo. Sangue e morte. Tantissima cultura che noi possiamo solo assaporare sotto forma di placida non consapevolezza, tradotta in un mood ritmico che ci riempie i sensi, passando da quei canali ancestrali che uniscono ogni essere umano della terra da sempre. Nervi sopiti ma ancora carichi e pronti, se stimolati nella giusta maniera.

Voto Album:

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