Onstage
father-john-misty-milano-2017-foto-16-novembre

Father John Misty mette a segno un altro colpo da maestro

God’s Favorite Customer è il quarto album di Josh Tillman in arte Father John Misty. Un album figlio di un’esigenza precipitosa, quando ancora non si sono sedimentate le polveri delle discussioni nate a seguito dell’estremo Pure Comedy, album che mi era piaciuto moltissimo, splendidamente prolisso ed egocentrico. Poetico, melodico e arrogante.

Father John Misty si ama o si detesta. Le due fazioni si mantengono in una condizione di equilibrio di forze che sono allo stesso tempo caos e propulsione artistica, entropia ispiratrice. Perchè Tillman non ha peli sulla lingua e canta e suona in maniera colloquiale, diretta ai limiti dell’insulto. Parole e accordi ti vengono sputati in faccia con spudoratezza, con sprezzante ironia. Lo scherno sarebbe evidente ed esecrabile se il tutto non fosse immerso in un contesto di una bellezza disarmante, e non si concretizzasse in un impianto di intrattenimento che funziona in questo album come non mai.

father-john-misty-gods-favorite-customerGenuino e diretto, a cuore aperto come nel suo primo lavoro I Love You, Honeybear, Tillman si apre senza imbarazzo nella ballata Please Don’t Die, una dolce poesia d’amore alla sua compagna e moglie Emma. La copertina e canzoni come Mr. Tillman, dal titolo illuminante, compongono un puzzle di autocommiserazione che rende questo album più cinico e diretto rispetto al precedente Pure Comedy, e non solo nel minutaggio. Tillman è un artista ferito, corrucciato, con lo sguardo perso nel vuoto. Nella canzone che porta il suo nome offre un contesto all’interno nel quale l’album si è sviluppato ed è nato: nella solitudine di una stanza d’albergo, dove in un paio di settimane di scrittura hanno visto la luce le dieci canzoni sanguinanti di God’s Favorite Costumer.

Non manca la sua vena sprezzante e più solare, l’alternative acustico di Date Night è un’irresistibile galoppata tra i paradossi alla Beck e caleindoscopici rimandi ai Beach Boys. La title track è una canzone di Elton John che incontra le radici folk di Neil Young, cantata e suonata con la ormai abituale grazia a cui ci ha abituato Tillman. Ancora autoreferenzialità nella gemma The Songwriter dove spicca la sua vena crooner, eleganza massima e confidenza estrema con l’ascoltatore a cui non resta che accogliere disarmato.

Ci si congeda con il cinismo di We’re Only People (And There’s Not Much We Can Do About That), un classico momento di sincerità corrosiva di Tillman, una delle caratteristiche che lo rende tanto discusso, tanto criticato. Lui risponde sempre con ironia e tanta qualità compositiva. A me sta simpatico Father John Misty e il fatto che dicendoglielo mi risponderebbe ridendo ‘chissenefrega, amico’, me lo fa stare ancora più simpatico. In fondo, we are only people, e non possiamo farci molto.

Voto Album:

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI