Onstage

Fetch the Bolt Cutters è il capolavoro di Fiona Apple

“Prendi il tronchese, sono stata qui dentro fin troppo”. Canta così Fiona Apple nella title track del suo nuovo album Fetch the Bolt Cutters, uscito venerdì 17 aprile 2020, a otto anni di distanza dall’ultimo The Idler Wheel. I tempi sono quelli a cui ci ha abituati la cantautrice newyorkese, che in una carriera venticinquennale ha pubblicato cinque dischi, pietre miliari piazzate lungo un percorso artistico e personale estremamente travagliato, rispetto al quale questo lavoro sembra rappresentare un punto d’approdo.

Della sua sete di verità e di libertà espressiva Fiona, dopo l’impressionante esordio del ’96, Tidal, Grammy Award come Best Female Vocal Rock Performance, diede un saggio agli MTV Music Awards del ’97, quando ritirando il premio come Miglior Artista Emergente, tra un saluto e una citazione della sua mentore Maya Angelou, pronunciò le sue più famose parole: «Questo mondo è una merda», firmando la sua condanna all’oblio. Forse lo voleva davvero: scomparire. E invece no, ventitré anni dopo, Fiona Apple è ancora qui, lo è sempre stata per chi voleva ascoltare, e questo disco, interamente concepito e registrato insieme alla sua band nella casa dove vive a Venice Beach, è il suo capolavoro.

Portando alle estreme conseguenze la ricerca intrapresa a partire da Extraorinary Machine, nella sua prima versione, quella registrata con Jon Brion alla produzione, scartata dalla discografica, perché troppo poco commerciale (il disco venne poi completamente reinciso Mike Elizondo e Brian Kehew alla produzione e uscì nel 2005) e sviluppata con il successivo The Idler Wheel, Fiona Apple confeziona qui un opera tanto essenziale nella forma, quanto complessa nell’intenzione che l’ha plasmata, sia a livello sonoro, che tematico.

“Ho aspettato molti anni, ogni impronta che ho lasciato sul sentiero mi ha portata qui”, si apre con queste parole I Want You To Love Me, opening track e brano manifesto di un album, che trasuda libertà, ruvida verità, istinto, urgenza espressiva e una forma di auto accettazione che, forse è l’unica chiave, anzi, il tronchese, per aprire quella porta, dietro alla quale Fiona si è trincerata per troppo tempo. L’ispirazione del titolo è illuminante: la frase arriva dalla serie tv britannica The Fall, roba di serial killers, e a pronunciarla è Gillian Anderson, nei panni del detective Stella Gibson, davanti alla porta dietro cui è rinchiusa una ragazza, che è stata torturata.

Della sua storia Fiona Apple non ha mai fatto mistero. Nelle sue canzoni e pubblicamente ha sempre parlato del disagio mentale che l’accompagna sin da bambina, sindrome ossessivo-compulsiva, depressione, ansia; dell’inquietudine seguita al divorzio dei genitori (l’attore Brandon Maggart e la cantante Diane McAfee); dello stupro, subito a dodici anni da parte di uno sconosciuto e del seguente disordine alimentare, un modo per scomparire all’attenzione del carnefice, liberandosi di quel corpo esca. Poi, è arrivato il vortice di dipendenze e di relazioni tossiche con una serie di uomini, più o meno noti, dal regista Paul Thomas Anderson, allo scrittore Jonathan Ames, con cui ha rotto durante la lavorazione di questo disco, ma, così aperta, assertiva e diretta, Fiona non lo era mai stata. Nelle tredici canzoni di Fetch the Bolt Cutters ci sono i suoi quarantadue anni messi in ordine, forse per la prima volta, vissuti, analizzati e, alla fine, guardati dall’esterno con uno sguardo, apparentemente, un po’ più pacificato. “Sono stata usata così tante volte, che ho imparato a usare me stessa con gentilezza”, canta in Rack of His.

Lontana dal mondo, in una dimensione ritirata, che è ormai scelta di vita per lei, Fiona si arroga il diritto di esistere: “Un suono è sempre un suono, anche se attorno non c’è nessuno”, canta in I Want You To Love Me. Per capire dove si trovi oggi la Apple, però, bisogna partire dalla fine. In On I Go, brano di chiusura del disco, ripete in maniera ossessiva il suo personale Vipassana, quattro versi nati, a quanto pare, durante la notte trascorsa in gattabuia nel 2012, quando dal tour bus, fermato in Texas per un controllo, saltarono fuori un po’ di hashish e di marijuana, e successivamente inciso sul telefonino durante una passeggiata nel Topanga Kanyon: “Vado, non verso o da, finora era giorno dopo giorno, in una corsa per dimostrare, ma ora mi muovo solo per muovermi”.

E allora, Fetch the Bolt Cutters, apri quella porta e libera il fiume in piena: “Puoi tirarmi calci sotto il tavolo finché ti pare, ma non starò zitta”, canta in Under the Table. Così traccia dopo traccia Fiona scioglie nodi fondamentali della sua esistenza, come quello del bullismo subito a scuola da bambina in Shameika, della depressione nella bellissima Heavy Balloon, un pezzo stranamente ironico e di straordinaria potenza, o del rapporto vittima/carnefice, colpa/innocenza in Relay – «Il mio io quindicenne ha scritto il testo più profondo, quello di oggi il grandissimo vaffanc***o a chiunque là fuori si comporti come se avesse una vita perfetta», ha raccontato nel track by track realizzato per Vulture -, ma lo fa con uno sguardo più ampio o partendo da una narrazione collettiva.

È il caso di For Her, uno dei brani più taglienti del disco sia dal punto di vista sonoro, un martellante rincorrersi di voci e percussioni, che della tematica trattata, e nel quale Fiona fa i conti con la sua esperienza, ma anche con quella delle tante vittime di abusi, stordite, violentate e costrette a chiedersi se sia successo davvero, a rivivere infinite volte la scena del loro stupro, semplicemente per riuscire a dirsi che, sì, è successo davvero. Con quell’ironia nera, che è un po’ il suo marchio di fabbrica, Fiona Apple chiude questo pezzo citando Good Morning di Judy Garland e Mickey Rooney: “Buongiorno, mi hai stuprata nello stesso letto dove è nata tua figlia”. Negli ultimi due brani citati corre tra le righe un attacco personale al giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, nominato da Donad Trump, Brett Kavanaugh, accusato da diverse donne di molestie sessuali.

Poi c’è il rapporto tra donne, che sta sotto tanta parte di questo disco, nella mancata solidarietà tra ragazze in Shameika, in quella resa impossibile dalla relazione, anche se in tempi diversi, con il medesimo uomo manipolatore in Newspaper, tema ripreso in Ladies al grido di: “Ancora un’altra donna, che non riuscirò a superare”. È l’eterno arrovellarsi dell’“altra donna”, ma non c’è dramma nel mondo autarchico e transeunte di Fetch the Bolt Cutters, solo consapevolezza e rivendicazione e “nessun amore è come l’altro, per cui sarebbe folle fare un paragone con te”.

Parlando di On I Go, Fiona Apple ha raccontato a Vulture: «Tutto è temporaneo. Essere in pace con questo concetto significa essere felici». Una frase illuminante, che, accostata a quella di Maya Angelou: «Trova una meravigliosa opera d’arte, innamoratene, ammirala e renditi conto che è stata creata da esseri umani esattamente come te, né più umani, né meno», spiega molto di questo disco, anche sotto il profilo musicale. Cosa c’è di più temporaneo e transitorio del ritmo? E in Fetch the Bolt Cutters, registrato da Fiona (voci, piano, tastiere, batteria e percussioni), insieme Amy Aileen Wood (batteria e percussioni), Sebastian Steinberg (basso, contrabbasso, slide guitar, chitarra a dodici corde, batteria e percussioni) e David Garza (chitarra, tastiere, cori e percussioni), con l’aggiunta in alcuni brani di John Would (piano e tastiere), tutto è ritmo, pulsazione.

Nell’opening track Fiona canta: “So che quando andrò tutte le mie particelle si discioglieranno e disperderanno e io tornerò nella pulsazione”. Versi che ha spiegato ricollegandosi a un’esperienza di meditazione avvenuta nel 2010 allo Spirit Rock Meditation Center di Woodacre in California. «Dopo sei giorni di meditazione, avevo una pulsazione in testa, così mi ricordai di un consiglio, che qualcuno mi aveva dato, cioè di arrendermi, concedere a me stessa di cadere attraverso l’acqua, smettere di cercare di fare qualsiasi cosa. Per qualche ragione ci riuscii e la pulsazione sparì, ma a quel punto tutti e tutto erano pulsazione. È stata la cosa più immensa che mi sia mai capitata».

Ogni brano di questo disco parte da una cellula ritmica. Oltre alla batteria e alla miriade di percussioni di ogni genere e dimensione usata, tra cui i pavimenti e le pareti di casa, gli strumenti protagonisti del disco – voce, piano, basso e chitarra – sono usati in maniera percussiva, mentre il resto delle tastiere, quasi come spezie, a insaporire timbricamente i brani. «Suonavamo come bambini», ha raccontato Steinberg a proposito della lavorazione di un album, in cui l’istintività del gesto si traduce in un tessuto sonoro ruvido, lasciato tale per scelta nel prodotto finale. Un tripudio di organicità, in cui ogni elemento si comporta in maniera modulare, andando a formare un corpo sonoro unico, grazie a un interplay esaltante. Partendo da un luogo conchiuso, cioè la casa di Fiona, e da elementi sonori “monocellulari”, ogni pezzo si gonfia fino a esplodere.

L’appiglio, a cui rimanere aggrappati, è la voce di Fiona, sempre più capace nell’incorporare nuove sfumature timbriche, come nel finale di I Want You to Love Me, e nello spingersi come sempre agli antipodi, tra lo swing caldo e vellutato di pezzi come Ladies e del finale di For Her o Relay, al graffiato, che si squarcia nel ritornello di Heavy Balloon. La voce di Fiona è l’elemento umanizzante di un ensemble di per sé già estremamente organico. È lì, ti sussurra nell’orecchio o ti martella ossessivamente nella testa, ma è presente, sempre, o forse sei tu, che sei riuscito a entrare in casa sua. D’altro canto è lì che è nata questa meravigliosa opera d’arte, realizzata da persone, con altre persone: il “meow” che sentite nella title track è dell’amica Cara Delevigne, mentre in Newspaper ci sono i cori incisi dalla sorella Maude mentre allattava. Pare anche che, oltre alla cagnolina di Fiona, Mercy, che abbaia nel finale della title track, una voce nei credits vada anche alla defunta cagnolina Janet, di cui la Nostra ha suonato le ossa, amorevolmente conservate in una scatola in salotto.

Insomma, questo disco pulsa e respira del luogo dove è stato creato e degli esseri animati, che hanno contribuito a crearlo, si sentono i passi di Maude sul pavimento, l’abbaiare di Mercy, il sospiro di Fiona all’inizio di For Her e quel “Oh, f**k, s**t!” di quando perde il tempo del cantato a metà di On I Go. Tutto in Fetch the Bolt Cutters smaschera l’umanità dietro all’atto creativo di un’artista, che non ha più nulla da provare, un’artista orgogliosamente imperfetta, libera.

Voto Album:

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI