Onstage

I Fleet Foxes sono immuni dal tempo che scorre e consapevoli del loro talento

I Fleet Foxes sono una certezza: non sono soggetti all’avanzare del tempo e la loro musica occupa sempre il giusto spazio. E’ in quest’ottica che Crack-Up nasce e si sviluppa, aggiungendo un nuovo capitolo, il terzo, alla produzione della band di Seattle, sulle scene da oltre dieci anni e con ormai uno status consolidato.

Dal 2006 ad oggi molte cose sono cambiate ma l’evoluzione in positivo di Robin Pecknold e soci è tangibile. Consapevoli di essere perfettamente padroni dei propri mezzi, nel corso di sei lunghi anni – dopo molti cambiamenti personali e spostamenti logistici annunciati da ciascuno dei membri della formazione statunitense (su tutti Pecknold a New York e Skjelset in Giappone) – hanno ultimato un album che è la loro esatta rappresentazione. Amore e abbandono, perdita e ritrovamento, ciò che si è e ciò che si diventerà. E’ difficile racchiudere in poche semplici frasi ciò che gli undici brani del disco riescono perfettamente a dire, anche se qualche considerazione sorge spontanea.

Solenni e fatui allo stesso tempo, i Fleet Foxes hanno la capacità di riempire i vuoti emotivi con note e liriche che si incastrano alla perfezione tra di loro, senza che le une penalizzino le altre. Third of My / Odaigahara e Mearcstapa sono sicuramente i brani più maestosi e rappresentativi dell’intero lavoro, che porta l’ascoltatore in un passato apparentemente lontano ma che in realtà è molto più vicino di quanto si possa pensare. Anacronismo è forse la parola che racchiude in poche lettere il loro modo di approcciarsi alla scrittura: ricordiamo che i Fleet Foxes hanno iniziato a farsi conoscere nella zona di Seattle grazie al loro profilo MySpace e che sono giovani e cosmopoliti, ma hanno anche sufficiente esperienza e talento da poter veicolare concetti ed immagini a proprio piacimento, spesso spostandoli attraverso epoche e spazi differenti.

Come anche questo terzo disco dimostra, non fanno mai niente fuori posto restando sempre incredibilmente coerenti e fedeli alla loro natura new-folk facendo, in aggiunta, dei piccoli passi in avanti. Ciascuna stratificata sfumatura, tra quelle presenti in Crack-Up, porta con sé un peso specifico e una complessità che dimostrano lo stato di grazia raggiunto dalla band.

Rompere qualcosa e ricomporlo può essere un atto catartico e liberatorio, specialmente quando ciò porta ad un rinnovamento. Crack-Up spezza e ricostruisce, si allontana per poi riavvicinarsi, diventando uno spartiacque tra la passata e la futura carriera della formazione, che potrebbe regalare ancora molti risultati memorabili al pubblico.
Non sappiamo ancora per quanto tempo durerà il potere del loro estro creativo, ma se il fine ultimo della musica è rimanere al di sopra del tempo e superare il presente pur nascendo in un momento ben definito, quella dei Fleet Foxes, fino a qui, ha decisamente raggiunto lo scopo.

Mara Guzzon

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