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Chi ha dato per finiti i Pearl Jam si è sbagliato di grosso

L’uscita di Gigaton ha monopolizzato le discussioni degli appassionati di rock nelle ultime settimane. I Pearl Jam si riconfrontano con i propri fan in uno dei periodi più complicati mai attraversati dall’umanità dalla metà del secolo scorso a oggi. Saranno riusciti a confortarci? Di seguito la nostra lunga analisi. Intanto potete farvi un’idea chiara del lavoro ascoltandolo direttamente seguendo questo link.

SIAMO PRONTI PER UN NUOVO ALBUM DEI PEARL JAM?
Ne abbiamo passate tante noi, insieme ai Pearl Jam. Li abbiamo visti cambiare lungo gli anni e per alcuni sono migliorati, per altri peggiorati. Una volta gli album si compravano al negozio di cd e del nuovo lavoro del tuo gruppo preferito non sapevi niente. Dovevi usare la fantasia e immaginavi i tuoi eroi registrare, creare, scrivere, suonare in uno scenario di mondi lontani e sconosciuti.
Li sentivi vicini solo ascoltando quella voce che tornava dopo anni con cose nuove, immagini in cornice da raccontare, rabbie cresciute o dipanate, drammi dimenticati o ancora da elaborare ed esorcizzare, e tu a navigare insieme a loro in questo processo coinvolgente e irripetibile.
Giovani e straripanti, li hai vissuti quando facevano da megafono alla rabbia e alla forza dissidente di un’intera generazione, per diventare ora il nucleo musicale in cui convogliano tutte le tradizioni americane, un bignami onnicomprensivo che svaria tra folklore e cantautorato, rock, racconto musicale che si esprime tra prosa e poesia.

Oggi della genesi di un album sai proprio tutto, ne conosci le vicissitudini, hai notizie di tutte le situazioni che hanno portato alla creazione di quelle nuove canzoni. Internet ti ha messo alla finestra. Non è più un processo svelato dove l’immaginazione faceva da lente di ingrandimento di ogni esperienza sensoriale portata dalle note. Come se fosse una fredda presentazione PowerPoint di un progetto del quale ti sono state presentate man mano le varie revisioni. E’ sempre più difficile che il risultato finale sia spiazzante o rivelatorio, sia nel caso di giudizio positivo che negativo. Così perdiamo spesso quella zona d’ombra romantica che da quasi tre decenni riveste la parabola immensa del gruppo di Seattle, iniziata con il mito Mother Love Bone e arrivata a questa fase attuale. I musicisti dei Pearl Jam sono visti da molti come gregari del cantante che sostituì Andrew Wood al microfono, quell’Eddie Vedder che è il nuovo Bob Dylan, il nuovo Springsteen, Bono Vox, Michael Stipe, il nuovo Roger Daltrey.

Chi dà per finiti i Pearl Jam però sbaglia, almeno in parte. Sono diversi sì, maturati, rafforzati e induriti da perdite traumatiche di amici e colleghi, battaglie vinte a metà contro mulini a vento. Hanno perpetrato alla grande l’emancipazione dal filone grunge che morendo ha lasciato un’eredità sporca e opprimente di mode e strumentalismi.
Dall’altro lato godono di famiglie belle e stabili, dipendenze lasciate alle spalle, affetti che li circondano e confortano, la tranquillità di non dover più emergere e lottare per la sopravvivenza. Quell’equilibrio da molti agognato e mai raggiunto, per i Pearl Jam è una consolidata certezza. Si sono scrollati di dosso un’etichetta che gli andava stretta già da subito con la pubblicazione di due album come No Code e Vitalogy, che hanno demolito i confini delle aspettative musicali facendone scomparire i bordi.

Sponde che sono però tornate a vista in parte nel self titled (Avocado) e più massicciamente in Backspacer e Lightning Bolt, nelle forme di un garage rock immediato e ben poco evocativo, che ha buttato un’ombra negativa sull’affidabilità del gruppo nel garantire un rinnovamento epocale ad ogni uscita, di portare progressivamente un po’ più in là l’asticella dello stupore e delle possibilità.

L’ultima fase del gruppo ha al contempo aperto i giochi a milioni di nuovi proseliti sull’onda di classici istantanei come Just Breathe e Sirens, scatenando un processo mentale che ricorre negli umori di fan di una band, che reagisce sempre male quando quello che ritiene un suo possesso personale viene sdoganato a milioni di altri seguaci non ritenuti degni. Strano sbilanciamento di un interesse che va in controtendenza a quello della salute del gruppo amato, che vedrà un afflusso maggiore di soldi nelle proprie casse, ma che inevitabilmente dovrà scendere a sempre più compromessi nella creazione di nuova musica.
Una vecchia storia che ci accompagnerà sempre, fintanto che esisteranno grandi band come quella dei Pearl Jam. Gigaton, il nuovo album, chiarisce subito questo punto: non scende a compromessi, non ha nessuna hit confezionata. Ascoltandolo è cristallina l’intenzione di creare musica di qualità, di fare qualcosa di interessante per l’ascolto e per i musicisti stessi.

GIGATON E I NUOVI SCENARI NEL MONDO
Gigaton nasce in un mondo che si è improvvisamente stretto intorno a noi, che soffoca la nostra normalità in una quarantena forzata che incarcera nelle proprie abitazioni miliardi di persone praticamente in tutto il mondo. Tutte le orecchie saranno puntate a un album che ha il compito di unire tutte le varie fazioni di fan senza deludere nessuno, oltre a tentare di distrarre l’umanità preoccupata colpita dalla peggiore crisi umanitaria dal dopoguerra, quella legata alla pandemia da Coronavirus, e che ha bisogno come non mai di sfoghi.
Ha bisogno come non mai dei veri Pearl Jam.

Sono giorni questi in cui le ombre girano lungo le giornate, intorno a oggetti che ci sembrano sempre meno familiari man mano che passano ore tutte uguali, strappate dai ritmi naturali e anche da quelli dettati dalla società capitalistica. Oppure apparteniamo a quelle categorie in trincea che fanno orari lavorativi da dieci, dodici ore, e che sono schiacciate dalla sensazione che non serva, che tutto sia inutile. Operatori sanitari, dei supermercati, chi non può abbandonare la sua posizione di lavoro strategica per far funzionare un Paese che deve rimanere in piedi.
Tutti abbiamo paura, una paura che non si può sfogare contro l’infinitesimale entità di un virus e che quindi rivolgiamo contro il sistema, contro il vicino, contro chi corre per strada, chi ha il cane, chi starnutisce senza mettersi la mano davanti, chi non ha la mascherina. Inquietudini a cui non riusciamo a dare un nome ci tengono svegli la notte, notte che fatica sempre più, in questo isolamento, a distinguersi dal giorno.
Il mondo che ci circonda è cambiato, ci fa riflettere sulla vita che avevamo prima sbaragliando le carte e mescolando le nostre scale di valori e di priorità, mettendo una cataratta grigia di fronte ad un futuro mai così incerto e preoccupante.

L’economia, il lavoro, i rapporti tra esseri umani: Pearl Jam, il vostro album ha più responsabilità di quelle che aveva Fear Inoculum dei Tool. Serve un faro, laddove Netflix non può arrivare, dove i libri e i rotocalchi falliscono, dove una parola di conforto di un amico rischia di essere soffocata dal panico.
C’è bisogno di un antagonista alla paura riversata fuori dal televisore con i suoi bollettini di guerra e delle maglie di restrizioni che si fanno sempre più opprimenti. Lontanissime le sensazioni dei primi Pearl Jam, dell’oceano domato del video di Oceans, del naturalismo selvaggio dell’Eddie Vedder solista di Into the Wild.

Questi Pearl Jam sono quanto mai indicati per riempire le nostre stanze vuote scacciando l’angoscia, grazie alle bellissime atmosfere costruite con devota maestria in Gigaton, un album lungo e ragionato, da ascoltare assorti e concentrati, a cuore aperto e cervello acceso. Tanto lontano dall’immediatezza ruvida e leggera dei precedenti lavori, i Pearl Jam sono tornati a far parlare di sé, cosa che inevitabilmente avverrà, dividendo i fan. Sono però tornati al ruolo che li ha resi amati negli anni e nelle generazioni, quello di riempire le nostre vite e di dare respiro a momenti di disperazione e stanchezza, e in questo sono come non mai necessari, in un impegno trasversale che attraversa le generazioni e le età di chi li ama, le mode e i governi. l’uscita di Gigaton è per tutti un’esperienza quasi religiosa, messianica.

IL DISCO
In primo piano c’è l’impegno naturalistico votato alla scoperta e preservazione del mondo che ci circonda con le sue meraviglie e i suoi tesori, presentato dall’artwork curato da Vedder e Ament che mette in evidenza la bellezza selvaggia delle aurore boreali. Il nuovo impegno discografico è una rottura decisa con il recente passato.
Prima di scendere nel particolare diciamo subito qual è la sensazione che dà l’ascolto nella sua interezza. Dimenticate l’immediatezza da ‘attacchiamo la spina e suoniamo’ che ha dato la luce a Lightning Bolt. Gigaton è più riflessivo, ragionato e con una cura ingegneristica nella costruzione di atmosfere piene di stratificazioni sonore, stanze e architetture coinvolgenti. L’intenzione è quella di prendersi il suo tempo per segnare l’ascoltatore con sfondi variopinti e temi evocativi, con venature poetiche e politiche.
La resa del suono affidata al produttore e astro nascente di Seattle Josh Evans suona decisa, chiara e al tempo stesso multiforme, garantendo un prisma di suoni mai così ampio e sorprendente. Il suo enorme contributo sta nell’aver trovato tanti e nuovi espedienti per stimolare la creatività di ogni singolo membro della band.

Così praticamente tutti si sono messi in gioco e hanno provato a esplorare nuovi mondi, strumenti, stravolgendo le gerarchie all’interno del gruppo. Evans stesso suona le tastiere in alcune tracce, mentre attorno ad un Vedder ovviamente protagonista, un po’ tutti i musicisti dicono la loro. Si parte con il pezzo a maggiore presa diretta del lotto, ovvero Who Ever Said, che usa il suo riff iniziale con il chiaro intento di togliere la polvere dalle spalle dei fan e cominciare a farli muovere, con un ritornello da usato sicuro che garantisce presa rapida e riscontro scontato in ambiente live.
Non a caso, a detta del produttore, è l’unica traccia suonata in presa diretta con la presenza di tutti i musicisti contemporaneamente in studio. Il percorso produttivo del resto dell’album è invece frammentato dal via vai dei componenti che arrivavano a gruppi di due o tre o singolarmente, a proporre idee e rielaborare quelle altrui.

La già conosciuta e dibattuta Superblood Wolfmoon è stata un saggio di come il web sia deleterio per l’ascolto e la digestione di materiale nuovo, ingiustamente criticata da subito come un passo indietro rispetto al singolo precedente Dance of The Clairvoyants, è invece cresciuto di ascolto in ascolto come un buon rock che richiama quello stile da Sonic Reducer dell’amatissimo e compianto Joey Ramone.
Dance Of The Clairvoyants, primo singolo uscito, aveva spiazzato i fan. Alcuni esultanti per il tanto sospirato cambio di rotta stilistico e altri invece, nonostante ripetuti proclami di voglia di nuovo, sono stati colti dal panico dalla prospettiva inaccettabile del non riconoscere più i cari vecchi Pearl Jam dei primi album. Al netto di tutte le reazioni del web il pezzo dopo molti giorni di ascolto si conferma clamoroso, spiazzante, magnificamente costruito e pensato e scritto nella coralità di tutti i componenti, con alcuni interessanti novità. Impreziosito da una parte ritmica veramente stramba, con un Cameron che ricrea in studio un suono di batteria che sembra sintetico ed elettronico e che invece lo è solo in parte, e un Gossard che si scambia di posto agli strumenti con Ament.

Quick Escape arriva a una delle punte massime della qualità del disco, con un giro di basso clamoroso di Jeff Ament e una sua campionatura di batteria che crea, insieme al contributo del sempre eccezionale Matt Cameron, una ritmica infuocata che sorregge un testo al fulmicotone che prende di mira il numero uno della Casa Bianca Donald Trump. Ament mette mano anche alla prima di molte atmosfere indimenticabili dell’album, quella della sognante Alright, che ricorda molto il suono Binaurale del loro album datato 2000, in una ballata dove Eddie sale in cattedra per la prima volta (e da qui sarà il faro emotivo di tutta la seconda parte del disco).

Binaural che persiste in Seven O’Clock, una ballata Pink Floydiana dove la comunicabilità di Vedder è all’apoteosi, con effetti vocali che ricordano Sleight of Hands, soprattutto nel ritornello. Altro pezzo concepito in maniera corale, è il primo a cui hanno iniziato a lavorare nelle session del 2017 e quello, a detta del produttore su cui hanno lavorato più a lungo (e si sente).
Si torna a ballare con il punk di Never Destination, veloce e conciso, mentre più elaborata è la Matt Cameroniana scrittura di Take The Long Way, con le sue atmosfere che sembrano uscite dall’ultimo capitolo della storia dei suoi Soundgarden (cfr. King Animal del 2012).
Altra sorpresa sonora con la dolce, eccentrica Buckle Up, scritta interamente da Stone Gossard. L’impressione (confermata) che hanno molti fan della prima ora, è che il defilarsi di Stone negli ultimi anni abbia privato il contesto non solo delle sue backing vocals, ma anche della sua eclettica trasversalità melodica nella produzione del gruppo. La canzone, dominata dall’aura mistica della capacità espressiva di Vedder, è una ninna nanna beatlesiana, impreziosita da elementi progressive che ne aumentano a dismisura lo spessore, pur facendole conservare una leggerezza fatata.

Atmosfera da Benaroya Hall con la ben conosciuta figura di Eddie seduto solo con la chitarra acustica che se la canta e se la suona in questa ballata che ricorda molto i The Who, e ancor più le produzioni soliste di Pete Townshend: Come Then Goes è un one man show del frontman nel cui testo emerge rimorso per non ‘aver saputo leggere i segnali’. Parla di umanità e del bisogno degli altri per esorcizzare i propri demoni, parla di una ‘Queen Of Collections’ che ruba il tempo e potrebbe essere una figura retorica collegata alla Morte, e tutto questo è riconducibile al ricordo dell’amico di una vita Chris Cornell.

Retrograde ribadisce la grande cura nella costruzione di atmosfere evocative, dove la poeticità melodica di Michael Stipe e dei suoi REM è il primo volto che diamo alla suggestione indotta da una ballata piacevole, dove ancora una volta il lavoro produttivo è un’arma in più. River Cross, già conosciuta e presentata da Vedder nei suoi concerti solisti è emozione pura, che musicata in studio e attraverso il lavoro corale della band diventa più epica, e ricorda molto le musiche di Peter Gabriel, chiudendo in un crescendo di pathos un album che è tra i più lunghi della loro discografia ed è fatto per comunicare sensazioni più che slogan. Una parlata in controluce che non un urlo al cielo. Gigaton è costruito per passare piano, accarezzare, rassicurare e per rimanere a lungo nei cuori.

UNA LUCE IN FONDO AL TUNNEL.
La voce di Eddie è un faro di speranza. Il suo timbro ha fatto la storia e lo ritroviamo modellato dagli anni, come un costone di roccia che al cospetto delle onde del mare si è fatto cullante, levigato, adatto non più a sfogare la rabbia che cova dentro di noi, bensì a custodire e accarezzare le nostre virtù e i pensieri positivi.

A Firenze nel 2017 mi aiutò a superare la morte di Cornell con la sua esibizione di Black e il famoso episodio della magica cometa che illuminò il cielo dietro al palco proprio in quel momento; fu una spalla emotiva su cui sfogare il lutto delle migliaia di persone presenti. Aiuterà a far uscire i nostri pensieri positivi laddove si trovino incastrati o impigliati in qualche angoscia cresciuta sulle pareti della nostra anima, consentendole il libero sfogo.

Tutti i Pearl Jam rispondono all’appello. McCready rimane l’anima più punk del gruppo e la sua stessa esistenza è un monito a non mollare mai, a sopravvivere, aspettando di vederlo nel suo ambiente naturale che è quello del palco.
Jeff Ament è il fulcro artistico della release: dona musica e immagini alla causa, sua è la copertina (Jeff è anche fresco di un Emmy Award per il suo lavoro sulla retrospettiva su Chris Cornell) e nel caso di Gigaton anche in una forma musicale/compositiva straripante.

Stone Gossard, se pur da alcuni anni abbia fatto un passo indietro rimane la corrente pacata e pensante della band, dove mette mano impreziosisce e abbellisce, lui che con Ament è una delle glorie più chilometrate dell’era grunge (Green River, Mother Love Bone).
Matt Cameron da quando è entrato nella famiglia garantisce professionalità, regolarità ritmica, idee e composizioni. Una sicurezza, e duole sempre pensare che una delle sue due anime musicali sia morta per sempre.

Gigaton ci aiuterà ad esorcizzare le tante paure che ci stanno attanagliando la gola in questo periodo nero per l’umanità intera, innalzando a compimento massimo il ruolo che la musica ha sempre avuto da quando esiste, quella di dare senso all’esistenza di tutti noi, anche nei momenti in cui quest’ordine naturale viene meno e l’angoscia di navigare a vista appesantisce ogni respiro che facciamo.

Accogliamo bene questo nuovo album dei Pearl Jam, lasciamogli fare il suo lavoro, lasciamolo esprimersi al meglio e godremo di tutte le potenzialità salvifiche e curative che regala.

“Five Against One” dicevano i Nostri ai tempi di Vs, quando contro tutto e tutti lottavano per mantenere l’egemonia del rock mainstream dopo l’esordio Ten. Oggi possiamo mantenere almeno in parte quello spirito di aggregazione contro un nemico e ampliarlo a tutti i fan (e non fan) dei Pearl Jam, unendoci contro un antagonista invisibile ma terribile, inafferrabile, che mina non solo la nostra salute ma anche le nostre certezze, il nostro equilibrio emotivo, la speranza nel futuro.

Gigaton può unirci tutti in un’esperienza aggregativa, che per una volta non allontani nei diverbi ma unifichi nell’ascolto, nella celebrazione di una band che negli anni ha trovato le motivazioni per creare musica e stare insieme, e che in questi giorni cupi è una costellazione che durante la tempesta può aiutarci a raggiungere la salvezza in un porto sicuro. Quando ripenseremo a questo periodo, tra le poche cose buone ci sarà Gigaton e la nuova musica dei Pearl Jam.

Voto Album:

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