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Il grande passo dei Greta Van Fleet

I Greta Van Fleet sono sulla bocca di tutti, ed è molto probabile che abbiate sentito o letto di loro recentemente. Chi ne parla bene, chi male, chi li vede come il futuro del rock, chi come null’altro che una carta carbone di un passato glorioso e inimitabile. I Greta sono attivi dal 2012 e sono del Michigan, e dopo il successo dei due EP pubblicati (Black Smoke Rising e From The Fire entrambi nel 2017, ne avevamo scritto qui un anno fa) decidono di abortire il progetto inziale di trilogia di mini release e accelerare, pubblicando Anthem Of The Paceful Army, loro primo album.

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La questione spinosa legata ai giovani musicisti (il cantante Joshua Kiszka è classe ’96) è che sono qualcosa di più (o di peggio, sta a voi) che derivativi. Sono annoverabili nel gruppo delle band clone, ed in particolare di un gruppo divinità del rock chiamato Led Zeppelin. Molto più che un revisionismo emotivo di un’era. Nel già proposto singolo When The Curtain Falls i parallelismi con i martelli degli dei e in particolare con il timbro di Robert Plant, sono innegabili, esaltanti per alcuni, imbarazzanti per altri. Anche quando i Greta Van Fleet si fanno seri e riempono di pathos canzoni come l’iniziale Age Of Men, inizio di album quantomai inusuale, o la sensuale Watching Over, i rimandi non sono generali ad un’era musicale che manca pressoché a tutti, ma sono diretti e con una destinazione ben precisa. Una roba che fa impallidire gli ammiccamenti degli Airbourne agli AC/DC, per dire.

Il quartetto composto oltre che dal cantante Joshua anche dal fratelli Kiszka, Jacob alla chitarra e Samuel al basso, e dal batterista Daniel Wagner, dimostrano e confermano in questo disco di avere talento e energia per zittire almeno una parte di detrattori, perché in pezzi come Lover Leaver (Take Believer) la soddisfazione è tanta, il brano convince e tutti gli elementi sono eccellenti.
La tenerezza che trasuda dalla ballatona You’re The One non lascia indifferenti, così come affascina la leggerezza della successiva The New Day. La parte centrale del disco è tutta dedicata alla melodia e alla spensieratezza, confermata anche da Mountain Of The Sun.
Procedendo verso la fine i toni si fanno più compassati, profondi. Brave New World sanguina, graffia. Si prende il tempo di andare in profondità, alzando l’asticella qualitativa dell’album, per poi tornare a rilassarsi con il riff acustico e nostalgico della title track, canzone che più di tutte apre un portale a tempi andati, con altre culture, altre battaglie.

Ascoltando Anthem Of The Peaceful Army dei Greta Van Fleet si rimane confusi: da un lato avvertiamo l’esigenza superficiale di goderci una musica evocativa (che abbiamo amato in prima persona o perché ci è stata tramandata dai genitori) e ricca di sentimenti positivi; dall’altro non riusciamo a ignorare quella tenerezza paterna che proviamo verso un gruppo di ragazzi che omaggiano delle figurine alla recita di fine anno.

Così il rock non funziona nella sua forza primaria di immedesimazione, di catarsi tra dolore e goduria, tra trionfo e disperazione. Qui si scomodano i primi della classe del rock, e inevitabilmente le aspettative si innalzano al massimo livello possibile, sul tetto del tempio della musica. E’ un rischio, e ci vuole molto coraggio (e un innegabile talento) nel correrlo. In questo modo il disco dei GVF diventa un ascolto evocativo e piacevole, ma per ora niente più.

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