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Il quinto album dei Grizzly Bear mette in luce tutte le potenzialità della band

I Grizzly Bear, ormai una realtà affermata emersa tra le formazioni nate a Brooklyn nei primi anni 2000, il 18 agosto 2017 hanno rilasciato Painted Ruins, loro quinta fatica discografica. L’album – che per la prima volta ha portato la band a cambiare etichetta, passando da Warp a RCA – segna una decisa presa di coscienza da parte dei quattro statunitensi, che hanno mantenuto la precedente linea artistica folk-pop aggiungendo, però, qualche nota elettronica ed alcuni colori sonori che fino ad ora nel loro repertorio non erano ancora stati inseriti.

grizzly-bear-painted-ruinsSi tratta di un disco piacevole, magistralmente arrangiato e curato, senza dettagli eliminabili o trascurabili o divagazioni di sorta, che contiene undici brani differenti tra loro ma anche molto legati l’un l’altro in una specie di coesione di intenti, alla quale i quattro membri che lo compongono sono arrivati convogliando le rispettive urgenze creative dopo oltre 15 anni di musica dal vivo sui palchi di tutto il mondo. I GB sono reduci da registrazioni in studio e progetti paralleli: ad esempio, Daniel Rossen nel 2012 ha pubblicato un EP da solista e due anni più tardi ha investito del tempo nella realizzazione del sound dei Department of Eagles.

Painted Ruins è un’opera immediata a trasparente ma anche stratificata e complessa, quindi riesce a farsi apprezzare al primo ascolto ma ancor meglio al decimo. Ed Droste e compagni, grazie al loro estro stilistico e compositivo, hanno raggiunto la piena maturità e sono ormai approdati nel poco affollato Olimpo degli intoccabili dell’indie. Wasted Acres apre le danze trasportandoci, dopo qualche secondo, in un’atmosfera rarefatta e sofisticata, che nei brani successivi si perde per esplorare altri ambienti sonori. Si prosegue con il singolo Mourning Sound, che possiede sfumature catchy ed è quasi fuorviante per il lapalissiano ottimismo che si porta dietro.

I nostri novelli Beach Boys tornano a quote più in linea con le rispettive e pluricomposte identità artistiche con Neighbors, Cut-Out e Losing All Sense, pezzi che da soli valgono l’intero album. Dall’inizio alla fine i testi ed il cantato – perfettamente armonizzato – si amalgamano alla struttura sonora senza sovrastarla, anzi completandola e diventando anch’essi uno strumento (e ciò è più che mai evidente in Three Rings e Systole). Sky Took Hold chiude il cerchio in maniera classica ed eloquente, congedandosi tra riverberi e suoni pieni.

Potremmo dire che le rovine dipinte dai Grizzly Bear prendono nuova vita dopo essere state trasposte in musica: fungono da tramite tra la parte recondita dell’animo degli autori e tutti coloro che scelgono di viaggiare nella loro stessa direzione.

Voto Album:

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