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Canzoni per chi non ha smesso di amare la qualità

Se siete stanchi quanto me di assistere in un angolino ai maltrattamenti di cui è vittima la musica italiana, sarete quanto mai felici di accogliere I Hate My Village, evocativo titolo di un progetto musicale e da oggi di un album di nove tracce. Canzoni per chi non ha smesso di amare la qualità, oltre che ovviamente il piacere connesso all’ascolto della musica.

Il giochino mentale che sempre si scatena quando abbiamo a che fare con un supergruppo è sempre lo stesso. Cosa ci troveremo di fronte e cosa entrerà nelle nostre orecchie? Un quadro nuovo astratto che non tiene conto di nessun dovere nei confronti delle mani che lo dipingono, oppure deve esserci il legittimo citazionismo della storia delle band di provenienza dei musicisti? Qui i nomi in gioco sono grossi. Verdena (Alberto Ferrari), Calibro 35 e Afterhours (Fabio Rondanini), Bud Spencer Blues Explosion (Adriano Viterbini). La risposta al nostro quesito non è facile, e per un motivo buono.

Il disco è complesso, pieno di tecnica e ispirazione, che si innalza forte della leggerezza data dal lasciare a casa pressioni e aspettative. Non deve essere una copia delle band dei musicisti che lo suonano, ma inevitabilmente le loro caratteristiche emergono e ne fanno la forza. I Hate My Village è un album eclettico, che prende a cazzotti la banalità e la faciloneria musicale senza per questo risultare eccessivamente esclusivo, ostico. Non c’è puzza sotto il naso, solo rock in varie forme che miscelato forma un intruglio che alla musica italiana mancava.

Lo spunto artistico nasce dal gusto verso i ritmi afrobeat, nonostante questa attitudine rimanga a livello cutaneo rendendo il prodotto vitale e strisciante, potenziando l’impianto granitico formato da rock, prog , jazz e blues. 24 minuti di musica per un bisogno impellente di svegliare il villaggio della musica italiana, appositamente appellato con termini ancestrali, arretrati, di immobilità culturale.

La scoperta del fuoco illumina nove episodi che quasi mai danno l’impressione di essere un prodotto confezionato, e di comunicare invece una situazione di jam non improvvisata, spontaneo ma non casuale. L’impianto prog è l’etichetta sotto cui riconoscere questa mancanza di schemi usuali, così che le canzoni nel senso classico del termine sono riconoscibili solo nella bellissima Tony Hawk Of Ghana e dalla interculturale Acquaragia, impreziosite dall’apporto vocale di Alberto, sempre molto incisivo, emotivo, portatore di quella irrequietezza anni ’90 che non smetterà mai di darci il capogiro.

Fare un fuoco rispecchia al massimo il concetto prima espresso della cultura africana accennata nei toni che nasconde un funky animato dalle atmosfere seventies. Le perle sono gli episodi strumentali quali la psichedelica Presentiment, la tribale Tramp, e il mio momento dell’album preferito: l’accoppiata Fame e Bahum, due diamanti alternative incastonati nel disco. La prima è una litania trasportata dalla voce di Ferrari, ciclica e inesorabile come le stagioni delle piogge, dal pathos progressivo e irresistibile. Bahum con i suoi due minuti e poco più, racconta con dolcezza il vero valore evocativo della musica, in grado di trasportarti ovunque tu voglia. I Ate My Village in chiusura porta ritmi animaleschi che cambiano, si scontrano, si rubano la scena a vicenda con noi spettatori estasiati.

I Hate My Village è uno scontro aperto con la scena musicale italiana attuale. Il poco cantato è in lingua inglese, i ritmi sono presi a prestito dalla lontana cultura africana, le regole di composizione sono contrarie alla consuetudine. Una cartina da tornasole per capire quanto nel nostro Paese siamo alienati alla qualità. L’impressione è che un bel disco non aprirà comunque gli occhi alla massa, e rischia di rimanere un sasso rimbalzante sulla superficie dell’acqua del laghetto della musica italiana. Noi per non sbagliare ce lo riascoltiamo.

Voto Album:

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