Onstage
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La liberazione di Iggy Pop

Free di Iggy Pop è l’ennesimo sigillo di una rinnovata giovinezza artistica dell’Iguana. Dimenticate le sette vite dei gatti, è roba da principianti. Icona vivente è riduttivo. Il cantante degli Stooges e degli Iguanas ha raggiunto il traguardo liberatorio dell’accettazione personale.

Potrebbe sembrare irrisorio parlare di raggiungimento di un qualsiasi traguardo al diciottesimo album in carriera, e ancor di più se parliamo di uno status assordante come quello della libertà assoluta, personale.
Ma su questo Iggy è chiaro dal primissimo accenno musicale dell’album, un comparto sonoro di decompressione barica per introdurci in questo ambiente nuovo, inedito, nel quale da ogni direzione giunge la sua ben nota voce che dichiara con una schiettezza disarmante che sì, il rocker si sente finalmente libero.
Una libertà a livello sensitivo, rapportata alla sua intera esistenza e assaporata in questo momento di stanca, sopraggiunto dopo un periodo molto indaffarato della sua carriera.

La sua è una sensazione di libertà, ma il suo sentimento che ridimensiona il concept a livello soggettivo e personale, non sminuisce l’ispirazione a livello artistico. Un album nato dall’esigenza di godersi il suo status di mito del rock, spostandosi un po’ più in là rispetto alle aspettative e all’autoaffermazione, fucina di una condizione di inadeguatezza e insicurezza che a suo dire ha patito per tutta la sua vita artistica fino all’acclamato Post Pop Depression, l’album dall’attitudine di puro rock a cui è seguito un tour estenuante, dove Iggy era quello che tutti si aspettano da lui: l’emblema della rock star.
Per questo sentire la parola ‘insicurezza’ dalla sua bocca, avendo in mente le sue immagini di salti e urla sul palco ci mette a disagio con noi stessi, con l’idea che ci siamo fatti in anni e anni di auto costruzione della mitologia del rock di cui Iggy Pop era colonna portante.

Le note sinuose e jazz di canzoni come Page e We Are The People (testo inedito di Lou Reed) hanno prima di tutto questa magia, quella di metterci a nostro agio di fronte a questa immagine crepuscolare da ‘quasi ritiro’ del nostro mito, così lontana dal garage rock e soprattutto dal punk.
Una figura totem dei nostri tempi, da messia del rock che non ha più il compito di distruggere ma di costruire, insegnare. Ci decanta addirittura una poesia che suonerà famigliare a chi ha visto il film Interstellar di Christopher: Dont’ Go Gentle Into That Good Night di Dylan Thomas. Con The Dawn si conclude questa seconda fase dell’album più recitata che cantata, più riflessiva e didascalica che punk, e che fa da contraltare alla prima parte dove anche grazie ai suoi nuovi e giovani collaboratori artistici, il trombettista Leron Thomas e la chitarrista Sarah Lipstate in arte Noveller si gode di buon rock, di atmosfere che svariano dal jazz all’ambient.

Loves Missing emoziona con il suo crescendo drammatico e rimane il pezzo dove la chitarra ha il ruolo più incisivo. Ma se qui siamo ancora su terreni che non si discostano di molto dai sentieri intrapresi in compagnia di Joshua Homme in Post Pop Depression, è con Sonali che Iggy torna incredibilmente a stupire il mondo del rock con una virata ad atmosfere calde, ricamate su ritmi di stilosa stravaganza jazz. Un’irriverenza grottesca con cui si dimostra di non essere in qualche dimenticato passato nel singolo James Bond, con il suo basso incidente e il ritmo ripetuto e ossessivo. Ancora un alleggerimento dei toni con la scanzonata Dirty Sanchez dai suoni messicaneggianti con l’ennesima virata al sinth pop di Glow In The Dark.

Free è un messaggio chiaro ai fan di Iggy Pop, un capitolo di autobiografia musicale imperdibile per tutti gli amanti della musica. Oltre allo spessore storico e artistico, come ci ha abituato l’Iguana soprattutto negli ultimi anni, questo patrimonio è arricchito da un gusto nella lettura di sé stesso e dei propri demoni unita a uno stile nell’interpretazione del rock, e delle sue infinite sfaccettature, di indubbia resa e piacevolezza.
In un minutaggio ristretto Iggy Pop riesce a esprimere una quantità notevole di verità umana e di musica sopraffina, di atmosfere e cultura musicale figlia di anni di sudore e sangue, di palchi, di anime affini come lo sono stati Bowie e Reed e tanti altri, trasformandolo in un mito vivente e monumento alla sopravvivenza.

Voto Album:

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