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Àmr rispecchia al meglio l’anima di Ihsahn

Immaginate di essere in Norvegia, in una tipica casa locale. Magari una “rorbu”, le pittoresche abitazioni dei pescatori delle isole Lofoten, o comunque qualcosa di molto simile. Ad accoglierci è un uomo sulla quarantina, con tanto di barba incolta, occhiali da vista, e maglioncino dolcevita in lana. Il suo nome è Vegard Sverre Tveitan. Un nome che sicuramente non vi suggerirà molto. Però se dico Ihsahn, forse, nella mente di alcuni di voi si accenderà la proverbiale lampadina.

Sembra impossibile a vederlo così, ma Vegard, negli anni ’90, faceva parte di una delle band più controverse (e più influenti) del panorama black metal norreno, gli Emperor, capostipite di quella particolare corrente sinfonica che influenzerà una miriade di formazioni negli anni a venire. Anzi, a dire la verità gli Emperor esistono ancora, e ogni tanto si esibiscono insieme in sporadici live show, anche se per onore di cronaca l’ultimo album di inediti risale al 2001. Tra arresti, omicidi, chiese bruciate, polemiche ed accuse di satanismo, il sottogenere più nero del metallo, pur continuando a suggestionare ancora oggi, non gode più dello stesso riverbero di qualche tempo fa, e lo stesso Ihsahn è più distante che mai dall’estetica di quel periodo.

ihsahn-amr-coverMa anche se sei circondato dal silenzio della natura, con l’unica compagnia di tua moglie e dei tuoi cani, ogni tanto il passato torna a bussare alla tua porta. È proprio nei dischi solisti che l’”hipster del black metal” (come molti amano definire il polistrumentista e cantante) riversa la sua inquietudine. E Àmr, il settimo lavoro in solitaria di Ihsahn, non fa di certo eccezione. Anzi. Il filone sotterraneo che scorre per tutta la durata della nuova opera del norvegese è proprio il black metal, molto più che nei lavori precedenti, in cui quasi sembrava che l’artista volesse lasciarsi alle spalle a tutti i costi le proprie radici.

Prendete Lend Me the Eyes of the Millennia. Una opener che subito mette in chiaro una manciata di concetti. Prima di tutto, i feroci blast beat opera del fido batterista Tobias Ørnes Andersen, i vocals sempre velenosi del Nostro, e un clima di cupa disperazione, che continua ad ammaliare nelle sue oscure spire anche nei pezzi successivi, come l’ipnotica Arcana Imperii. Ma il sentito omaggio alle origini black non è l’unica novità di Àmr. Ascoltando i pezzi appena citati, si notano i synth, quei synth che fanno tanto colonna sonora di Halloween di John Carpenter e che contribuiscono a creare un’atmosfera da incubo davvero efficace.

Continuando inoltre su una strada già battuta in passato, Ihsahn prosegue nel suo flirt con il progressive (Where You Are Lost and I Belong) ed esplora con sempre vivo interesse lidi più melodici, sfoderando clean vocals efficaci allo stesso modo del suo abrasivo e caustico screaming (vedi Marble Soul e Twin Black Angels). Bianco e nero, yin e yiang che si intrecciano costantemente, e che convivono anche nei singoli pezzi.

Forse Àmr è meno variegato rispetto al passato, almeno se paragonato al precedente Arktis (in cui l’elettronica e strumenti inusuali, come il sassofono, avevano un ruolo da protagonisti), e sicuramente meno “avantgarde”, ma rispecchia al meglio l’anima sfaccettata Ihsahn. Frontman degli Emperor, con tutti gli annessi e connessi, musicista sperimentale e uomo legato indissolubilmente alla natura e alle tradizioni della sua terra. Un essere umano, che esattamente come tutti noi, deve fare i conti con i fantasmi del proprio passato, e che, per sua e nostra fortuna, riesce ad esorcizzarli nel migliore dei modi. Con la musica.

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